Promemoria: non banalizziamo anche la coscienza

Banalità, espressione di qualcosa di calcolato, di già previsto e che, dunque, ci si aspetta. Il male – attraverso una delle opere più famose di Hannah Arendt, ovverosia La banalità del male – lo è diventato, ha riscoperto quella sua essenza squisitamente banale. Il passaggio compiuto da Arendt è tanto geniale quanto necessario ai fini di un’analisi ed un ipotetico superamento o vittoria sulla violenza, su ciò che consideriamo malvagio ed ingiusto nella vita di tutti i giorni.

Anche di fronte a una tragedia umana come quella rappresentata dalla Shoah, l’autrice si chiede quanto sia utile e sensato abbattersi sui carnefici con la stessa cieca violenza da loro rappresentata e che, spesso, è anche la prima reazione della vittima. Il male espresso dai vari gerarchi nazisti come Adolf Eichmann altri non è che pura banalità, fredda esecuzione data da una fatale rinuncia alla propria coscienza, alla propria facoltà di pensare. Difatti, questa osservazione sull’esercizio dell’azione ingiusta e malvagia ne evidenzia la bassezza, l’inconsistente quanto inautentico pensiero che vi sta dietro. La verità fondamentale proposta da Arendt sta tutta nell’abbandono della coscienza e dunque della responsabilità umana del singolo, giungendo addirittura alla delega ad un altro individuo, un’altra mente.

Ad avvalorare questa tesi la scienza ci propone la testimonianza data dall’esperimento di Milgram: un test psicologico che coinvolge due individui, il primo (un attore d’accordo con lo sperimentatore) collegato a un generatore di corrente elettrica; il secondo un cittadino qualunque ignaro di tutto, posto davanti al quadro di controllo del generatore. L’esperimento consiste nell’ordinare al cittadino di eseguire l’azione data dal premere l’apposito interruttore che attivi la scossa ogniqualvolta l’altro individuo sbagli a rispondere ad una domanda (la scossa non verrà davvero impartita). Il risultato osservato da Milgram dimostra come anche un individuo qualunque sia capace di arrecare danno, se non peggio, ad un altro essere umano per il solo fatto di essersi attenuto ad ordini impartiti da qualcun altro, un superiore o, come in questo caso, da un “esperto”.

Azioni spaventose commesse da individui ordinari, questo è il possibile copione di una strage, niente di utopico o assolutamente irrealizzabile. Il materiale necessario è tutto intorno a noi, lo vediamo nelle azioni di massa ove la coscienza individuale è capace di annichilirsi in favore di un’irrazionale esplosione collettiva. Violenza negli stadi, pestaggi, rivolte che già nei più insospettabili piccoli gruppi trovano una molteplicità che annulla ogni singolarità e porta all’emergere del mito di un falso coraggio collettivo. Da una rinuncia alla propria persona, da una responsabilità illusoriamente condivisa da un insieme di individui emerge e si afferma la psicologia delle folle, da cui prende anche il nome un’opera di Gustave Le Bon, sempre più immagine della società, sempre più carattere di una gioventù sola ed abbandonata a se stessa.

Mi domando dunque, ricollegandomi al titolo, se abbia senso banalizzare anche la coscienza, intesa come coscienza individuale, una delle cose più importanti in nostro possesso e che troppo spesso e con troppa facilità cediamo altrove, ad altri.

Alvise Gasparini
La chiave di Sophia