Ridateci i centri urbani

Una situazione paradossale. Venezia prima provincia in Italia per numero di centri commerciali

Ci sono più supermercati nel Veneto che in tutto il Centro Italia. Coprono una superficie di vendita pari a un nono del totale nazionale. Ogni cento dipendenti del settore dieci sono nel Veneto. Nella regione c’è anche un supermercato ogni dieci presenti in Italia. Segni sicuramente di una vitalità commerciale e di capacità di consumo superiori alla media anche in tempi di crisi. Ma anche di un uso forse eccessivo delle licenze e del territorio.

Mestre, poi, rappresenta una situazione-limite, circondata da centri commerciali, supermercati, ipermercati, outlet. Una tela di ragno estesa: verso Marghera e verso la Romea, verso la Riviera del Brenta e verso il Miranese, verso il Noalese e, ancora, verso il Sandonatese. Copertura totale ovviamente di tutte le periferie, in entrata e in uscita, per l’autostrada e per il mare, senza trascurare la Tangenziale. Tenendo conto della superficie e della popolazione, Mestre fa concorrenza direttamente a Milano che vanta il record italiano. Senza contare che Mestre non è neppure Comune e tutte le decisioni amministrative sono prese da Venezia. Si aprono nuovi centri e la gente fa la coda per ore per entrare; si chiamano star della canzone e dello spettacolo per esaltare le novità. Quando d’estate le giornate   coprono il sole e fanno cadere pioggia, i campeggi del litorale si svuotano non in direzione di Venezia città d’arte, come sarebbe pensabile, ma in direzione degli outlet: anche questo è un segno del cambiamento dei gusti e degli interessi non solo nazionali, visto che gran parte dei turisti sono stranieri. E’ pur vero che anni fa un ministro non proprio esemplare aveva consigliato agli anziani di chiudersi nei centri commerciali per combattere il grande caldo d’agosto.

Sembra che il territorio sia coperto all’inverosimile, che non ci sia più spazio nemmeno per uno spillo, invece si discute anche in questi giorni di nuovi centri commerciali e nuovi supermercati. Le licenze ci sono già, le autorizzazioni quasi. Ma qualche volta manca il coraggio di avallare quello che è già stato deciso.

Forse ora è troppo, sarebbe il caso di ripensare a una logica non estendibile all’infinito. E’ una politica che sta finendo per svuotare i centri storici di una zona con un tessuto urbano antico, artistico, differente, ricco di identità. Si pensi alla straordinaria diversità di una cittadina come Mirano, alla bellezza di una quasi città orizzontale distesa sul Brenta a disegnare la Riviera, a centri medievali come Noale. Alla stessa Mestre che difende le poche tracce rimaste del passato perché non si confondano del tutto con la speculazione edilizia di decenni. Tutti centri che perdono forza e vitalità perché i negozi chiudono, le serrande calano, il commercio si sposta altrove: esce dai centri urbani e dirotta verso i centri commerciali. Chiaro che le città piccole e grandi soffrano, che denuncino abbandono e degrado. Dove i negozi chiudono non è soltanto il commercio a soffrire, è l’artigianato che viene meno, è la vita sociale che fugge, l’autobus che non ha bisogno di fare la fermata, la gente che fa il giro largo, la posta che si accumula dietro la serranda, tra la polvere e rifiuti. Bisognerebbe ripensare alle città come viali e alla gente come abitanti non come a potenziali clienti di centri commerciali ghiacciati d’estate e surriscaldati d’inverno. Bisogna restituire le città ai cittadini, con tutto quello che un tessuto urbano deve avere: anche il piccolo e il grande negozio, la bottega, il dialogo, il confronto. E’ allora che una città vive e ha un futuro.

Edoardo Pittalis

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