Scuola e precariato. Un problema decennale

L’alternarsi di supplenti e precari condiziona l’apprendimento. Ne parliamo con Vincenzo Lovino

L’incertezza dell’insegnamento è nemica dell’istruzione e dell’educazione didattica che hanno bisogno di continuità, soprattutto quando si tratta dei primi anni. Cosa ne pensa Lovino? «Credo che per bambini che hanno bisogno di riferimenti importanti come i genitori in famiglia, debbano esserci le stesse premesse a scuola. Se i nostri figli iniziano a percepire che gli insegnanti sono tutti supplenti e precari arriveranno a mancare di rispetto ed educazione verso l’insegnante con gravi danni sull’apprendimento».

I bambini dei primi livelli devono creare un rapporto con l’insegnante con la quale trascorrono buona parte della giornata alla fine. «Sarebbe giusto l’insegnante svolgesse un doppio ruolo, non solo insegnare ma anche essere, durante l’orario scolastico, un punto di riferimento come “genitore” e quindi avere un compito di crescita e maturazione che certo non può avvenire se un insegnante viene cambiato ogni mese».

La scuola è la base del futuro: un Paese che non investe nei giovani non crescerà. «Sono d’accordo con questo concetto. Dobbiamo pensare alle generazioni future dando loro i nostri privilegi (anzi dargli anche di più);  ma se non li mettiamo in condizione di valorizzare ciò che studiano non c’è futuro certo per la nazione perché i ragazzi cercheranno sbocchi altrove e non nei posti chiave dell’imprenditoria italiana».

Il precariato nella scuola italiana purtroppo non è una novità. «Anche quando ero studente io il problema si sentiva e capisco il Ministero che deve cercare di accontentare tutti ma l’istruzione è e deve essere un investimento per la nazione».

 Forse quella che vuole essere la “buona scuola” non ha tenuto conto di certi errori del passato. «La scuola è servita a omogeneizzare le culture di una regione con un’altra ma una buona scuola deve prevedere i cambiamenti adeguandosi anche ai tempi che cambiano mentre molti vedono ancora la scuola come un “serbatoio di lavoro intoccabile” mentre forse bisognerebbe guardare un po’ al mondo anglosassone (modello college per intendersi) per integrazione e maturità e forse abbassare l’età di entrata al mondo del lavoro riducendo anche alcuni anni di studio. All’estero iniziano già a lavorare a 22/23 anni»

Come creare un rapporto tra scuola e lavoro? «La cosa più difficile. Serve responsabilizzare i ragazzi e fare attenzione a come si sviluppa anche il mondo del lavoro. Dobbiamo sempre tenere più integrato il mondo del lavoro a quello della scuola e che la scuola si adegui anche alle richieste dell’imprenditoria. Forse manca nella scuola una vera preparazione al mondo del lavoro»