Di secessioni, riforme ed altre guerre

Analisi di una separazione

Della ipotesi di separare un Comune in due realtà, amministrativamente distinte, se ne può parlare in moltissimi modi, e d’altronde c’è chi con questo tema si riempe la bocca da anni (in un senso come in un altro), il fatto che in meno di quarant’anni la questione sia già passata per le urne per ben quattro volte, e forse ora si arrivi alla quinta, è in questo senso piuttosto esplicativo: nel 1979, anno del primo tentativo referendario di separare quello che era stato unito nel 1926, veneziani e mestrini risposero no; lo ribadirono di nuovo nel 1989 e, ancora, nel 1994; nel 2004, alla quarta prova dei seggi, invece, l’argomento era probabilmente sembrato poco interessante ai residenti di Venezia e di Mestre (ma anche di Marghera, Favaro, Campalto, Zelarino…) visto che la consultazione popolare naufragò per mancato raggiungimento del quorum; alla quarta volta che ti si chiede la stessa cosa, d’altronde, è anche normale smettere di rispondere visto che le pazienze, come vuole il proverbio, hanno un limite.

Perché quindi, dopo tredici anni, il Consiglio regionale ha deciso di riproporre per l’ennesima volta quella stessa domanda? La risposta più semplice (e l’unica sicuramente vera) è che, molto banalmente, all’interno di palazzo Ferro Fini una maggioranza già in possesso di una netta supremazia al momento dei voti si è vista affiancata dai numeri di un’opposizione (una sola) curiosamente allineata alle sue idee, almeno su questo argomento; colpo di grazia: gli altri partiti e gruppi non al comando hanno ben pensato di alzare le braccia e gli occhi al cielo, lasciando a più alto consiglio l’ultima decisione. Tutto questo solo per ricordare che una qualsiasi cosa, nella politica democratica, non viene approvata perché studiata e valutata ragionevole e sensata, ma solo perché sostenuta da una quantità sufficiente di sì (che poi quei sì seguano uno studio e una valutazione di ragionevolezza e sensatezza, non è dato sapere).

Tra l’altro, è bene in questa sede ricordare che la preferenza accordata dall’organo decisionale del Veneto non solo non rappresenta un parere favorevole alla scissione (separazione, divisione, indipendenza mestrina…), ma neppure avvalla la legittimità del quesito referendario, materia -forse- per il Consiglio di Stato, limitandosi ad approvare il “merito” della questione. Un buon risultato, se si pensa che solo qualche mese fa gli stessi esponenti della maggioranza regionale avevano tentato di tradurre la separazione (scissione, divisione, indipendenza della terraferma…) in una formula a tre Comuni, che ipotizzava un sindaco per Venezia, uno per Mestre e un altro ancora per Marghera!

Tecnicismi e reminiscenze politiche a parte, più del “come” vale la pena tornare ad analizzare il “perché”: uno solo, infatti, è l’argomento servito davvero da leva agli indipendentisti (separatisti, secessionisti… divisionisti?): l’elezione diretta del sindaco metropolitano, che la legge Delrio vincola ad una proporzionata distribuzione degli abitanti tra i Comuni facenti parte del nuovo ente; Venezia, nella sua conformazione attuale, rappresenterebbe insomma una realtà troppo grande per poter giocare ad armi pari con le altre città al momento del voto, e da qui la proposta dello scorporo in unità di dimensioni minori, che non pesino eccessivamente quando si vadano a contare le schede.

Ovviamente i sostenitori della divisione portano a sostegno della loro idea anche altre argomentazioni, tra studi, proiezioni e presunte criticità particolarissime dell’una o dell’altra “città veneziana”, talmente uniche da non poter essere approcciate se non in maniera esclusiva, ma altrettante sono le tesi a favore del mantenimento dello status quo (non da ultima la spartizione delle strutture e delle istituzioni a cavallo tra laguna e terraferma: chi si dovrebbe “tenere” Porto Marghera? A chi le due diverse costole del Casinò che, come sappiamo, viaggiano a velocità ben diverse?); è solo la nuova norma figlia dell’esecutivo renziano, però, ad aver cambiato sufficientemente le carte in tavola e quindi a giustificare un eventuale quinto referendum che riproponga ancora la domanda già cassata quattro volte.

Ecco allora che, senza scendere nei meandri dell’una o dell’altra posizione (non perché non ne valga la pena, ma perché, solo nell’ultima manciata di anni, è già stata prodotta una cascata di letteratura in proposito, tutta perfettamente accessibile grazie alla magia del web che tutto ricorda e tutto conserva), alla necessità “imprescindibile” di frazionare una città si potrebbe opporre un’altra soluzione, già prevista nel testo della riforma del 2014: l’ampliamento della Città Metropolitana; se infatti le critiche per la nuova conformazione dell’ex Provincia, nei confini rimasta pressoché identica ma ritrovatasi orfana di competenze, sono state tante e tali, perché non portare finalmente a compimento quel progetto bloccatosi a metà strada che teorizzava un legame normativo tra Venezia, Padova e Treviso, nei fatti già esistente? Non solo questa eventualità risponderebbe in pieno ai criteri della legge 56/2014, ma andrebbe persino a soddisfare gli amanti delle già citate proiezioni, analisi e valutazioni preventive, che certo non mancano sull’argomento (dagli studi sul pendolarismo a quelli sugli scambi commerciali, ce n’è per tutti i gusti).

Una suggestione forte, certo, e senz’altro una proposta apertamente polemica, ma che se non altro darebbe qualcosa di nuovo a cui pensare a tutti quelli che, invece, sembrano essere rimasti concentrati sulle stesse argomentazioni dal lontano 1979.

Giacomo Costa