Sessantanni di Natali

Il Veneto che cambia

Sono in pochi a ricordare come nel mondo cristiano e nel cattolicissimo veneto il periodo dell’Avvento – le quattro settimane che precedono il Natale – costituivano un periodo di penitenza. Si chiamava infatti la Quaresima di Natale. I paramenti dei sacerdoti alla Messa erano viola, a lutto. Non ci si poteva nemmeno sposare se non con una speciale dispensa. Quando succedeva, tutto il paese mormorava che la ragazza era incinta. I riti erano improntati alla sobrietà, con qualche pausa. Tra queste le feste di San Nicola e di Santa Lucia, giorni destinati ai regali per i bambini. A seconda del paese si sceglieva la tradizione dell’uno o dell’altro santo. Ma anche le feste di Santa Lucia e San Nicola avevano una forte connotazione religiosa e contadina: si lasciava del cibo o la calza sui davanzali. Era un modo di praticare una carità silenziosa e insegnare ai bambini che la generosità comporta un premio. La vigilia di Natale invece non si doveva mangiare per niente come nel Ramadan, e come nella festa islamica alla sera ci si rimpinzava pur evitando la carne. Negozi, bar e osterie restavano chiusi. Quei pochi esercizi “comunisti” che tenevano aperto erano frequentati da persone additate come malvagi peccatori. Il bambino che non resisteva a una caramella si immaginava di ardere all’inferno. Dopo qualche anno avrebbe pagato lo psicanalista per rimuovergli il senso di colpa. Alla Messa di mezzanotte, la chiesa, nonostante l’ora, il freddo e spesso la neve era sempre gremita e si vedevano i ritardatari accalcati fuori della porta principale. Alla chiesa si andava a piedi perché nessuno aveva la macchina, ma anche perché i pochi che l’avevano, abitavano vicino alle tante Chiese sparse per ogni frazione. Il giorno di Natale si faceva un gran pranzo riunendo le famiglie. I regali portati da Gesù bambino non avevano ancora del tutto sostituito quelli di San Nicola e Santa Lucia. Presto però, televisione, film stranieri e l’emigrazione verso altre regioni di migliaia di veneti impose la nuova tradizione dei regali il giorno di Natale.

Questo mondo scomparve praticamente in un solo decennio da quando ho i primi ricordi a quando sono diventato adolescente, tra il 1955 e il 1965. Sui dolci di tradizione paesana si impose il panettone milanese, il primo a essere prodotto industrialmente. Era uno status symbol e solo in seguito il Pandoro, il mandorlato e altre ricette locali riacquistarono spazio commerciale nei cuori e nei palati. Il mondo contadino stava scomparendo. Nei decenni che seguirono molti paesi furono assorbiti in città sempre più grandi. Tutti andarono a scuola e impararono l’italiano alla TV e con la lingua imitarono anche i gusti e i modi di fare, le ambizioni e le frustrazioni moderne. La Chiesa divenne più tollerante su tutto e del digiuno se ne dimenticò. Non fu più uno scandalo tenere i negozi e i bar aperti. E di ottenere la dispensa per sposarsi in Avvento, con il passare degli anni, non fu più necessario. Anzi non fu più necessario nemmeno sposarsi. Le modeste luminarie della mia infanzia – poco più che devote candele sui davanzali – erano un gesto religioso forse inteso a indicare la strada a Giuseppe e Maria o ai Re Magi.

O forse erano un modo per non sentirsi perduti nelle notti sempre più fredde e scure di dicembre. Negli anni sessanta e settanta divenne facile trovare un posto a sedere in chiesa alla Messa di mezzanotte eppure le decorazioni inondarono case e piazze. Le nuove villette sorte ai bordi delle città o in campagna si ricoprivano di luci. I Comuni gareggiavano a chi faceva l’albero più bello di fronte al Municipio. I cittadini non si lamentavano degli sprechi che lasciavano in debito ai pochi figli che generavano. I parroci richiamavano disperatamente ai valori religiosi, ma ormai quasi per tutti il Natale era diventata una festa del consumo e dell’opulenza. All’Avvento e a una penitenza pensata come motivazione a contenere i consumi e passare indenni l’inverno, non ci si faceva più caso. Restavano le grandi riunioni famigliari e i lauti pranzi che sempre più si celebravano anche nei ristoranti. Sul finire del secolo, l’atmosfera religiosa natalizia era ormai un ricordo.

Negli ultimi anni sono diminuite le luci. La crisi economica si dirà, ma è solo in parte così. Se già da tempo il consumismo ha sostituito il sentimento religioso, oggi il Natale ha perduto anche il significato di occasione di ritrovo delle famiglie allargate. Quali famiglie? Pochi figli, più divorzi, più mariti, più mogli. Si approfitta delle ferie per andarsene. Rimangono invece tanti anziani soli a ricordare l’atmosfera delle feste d’un tempo perdute in una memoria ricreata in case di riposo ancora una volta stancamente addobbate a festa.

Corrado Poli