Un Pianista oltre l’Oceano

Massimo Bassan, dalle note di un pianoforte alla computer music americana

Una città oltre l’Atlantico, chiamata New York, dove prendono vita i sogni che affondano la loro profondità nelle radici del jazz, del gospel, fino all’hip hop e alla musica elettronica. Ma anche una formidabile ascoltatrice.  È in questa terra che nasce  una delle manifestazioni più importanti del mondo dedicate alla Computer Music: l’ ICMC. L’accesso è solo su invito, pochi e selezionatissimi esperti provenienti da tutto il mondo portano con loro il sogno di trionfare e vivere della loro stessa arte, un’arte fatta di note, spartiti e pentagrammi. Lontani dai palchi delle rockstar, non cercano le luci di una ribalta fatta di masse urlanti e in trepidante attesa, cercano la creazione fatta, a volte, della loro stessa solitudine, di quell’aria di mistero nascosta in uno studio di registrazione o spesso nel soggiorno di casa. Così è la passione di Massimo Bassan, pianista, laureato presso il Conservatorio di Castelfranco Veneto in composizione musicale, compositore pop e jazz ed esploratore del mondo della computer music, volato a New York accompagnato dall’amico Davide Stefanato, attore e sceneggiatore di serie animate, pronto ad aiutarlo in caso di necessità. Nato nel 1969, proprio nel 2010 viene selezionato, unico in Italia, per l’ICMC a New York da Stony Brook University con il suo pezzo “L’Incendiario”, nato in un contesto di celebrazione del centenario del primo Manifesto Futurista, lanciato da Filippo Tommaso Marinetti e ispirato all’Incendiario, scritto da Aldo Palazzeschi, un altro esponente del futurismo. L’Icmc ospita le più blasonate istituzioni del mondo, tra cui il Massachussets Institut of Technology di Boston o la New York University, solo per citarne alcune. La selezione è avvenuta tramite commissioni di esperti che hanno analizzato ben 1700 lavori da tutto il mondo. Solo per la sezione a cui ha partecipato Massimo Bassan sono stati selezionati 64 brani e molti dei partecipanti erano professori delle più importanti università del mondo che si occupano di elettronica e musica, compresa la composizione.

Note e spartiti, tra Italia e Stati Uniti, ma anche New York e la Musica e l’Italia e la Musica

«Ovviamente due pianeti distanti, molto spesso anni luce. Prima di tutto per le strutture che hanno a disposizione. I teatri sono piccoli magari, ma molto attrezzati. Insomma, in America hanno capito che per andare avanti bisogna investire, anche se si tratta di arte. Negli USA come in altri paesi Europei, le università e i festival sono aiutati per il progresso artistico a 360° almeno nella maggior parte dei casi. Fa scalpore che New York sia una città universale in tutti i sensi, infatti accoglie qualsiasi artista. Non solo: lo cerca. Basta fare un esempio per come organizza i festival e le manifestazioni e cioè con i call for score. Chiama gli artisti via internet spesso a costo 0 ( intendo per i compositori che non devono pagare una tassa d’iscrizione o spedire del cartaceo) e una commissione di esperti li seleziona. Icmc fa così da anni e in diverse parti del mondo. Ovviamente per un artista è una grossa opportunità, ma c’è il rovescio della medaglia, che è tipicamente americano: come ti hanno preso così ti mollano, ma c’è sempre qualcuno che ti offre una seconda possibilità».

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Unire musica e tecnologia con i nuovi sistemi di comunicazione. Futuro o utopia?

«Ormai non è più futuro, ma è presente, almeno per quanto riguarda sempre l’estero. Qui in Italia i teatri danno poco spazio all’elettronica e, se si fa, siamo fermi agli anni ’60 tranne alcune circoscritte manifestazioni. Comunque l’elettronica è alla portata di tutti e molti sono i compositori che si cimentano nel genere. Poi alla fine la musica, secondo me, è un’arte della comunicazione e se la fai con le pentole o con il pianoforte è sempre suono nel suo significato più profondo. E’ chiaro che fare musica con delle pentole è più difficile. Con le nuove tecnologie e la computer music si sta imparando a trattare con strumenti diversi rispetto a quelli con cui eravamo abituati, ma non per questo meno efficaci. E’ ancora meglio se tradizione e presente siano interagenti. Bisogna però tenere presente che la musica elettronica fa già parte della nostra vita per esempio con l’House music e la musica da film».

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Classica e futuro. Secoli di storia musicale che da un pentagramma e 7 note si trasformano in un linguaggio binario. Per un musicista una frontiera da esplorare o un insulto alla musica?

«I linguaggi sono solo dei mezzi per comunicare, io metterei al centro l’uomo o meglio il compositore, tenere incollato il pubblico avendo qualcosa da dire. Solo così si può fare arte. Da Bach a Berg a Stravinskij si sono usati sempre dei nuovi linguaggi per comunicare: dapprima per entrare nella tonalità, poi per uscirne. La musica è un essere in continua trasformazione, ma è anche condannata all’autocelebrazione (forse per i secoli in cui ha dovuto subire l’emarginazione tra le arti) e al conservatorismo (non per niente le nostre maggiori istituzioni musicali si chiamano conservatori). Perciò non esiste il binomio: musica classica=colta (Baricco ne ha già discusso). Come non esistono le classificazioni di generi musicali. Non è il genere a determinare la musica. La musica è di due generi soli: musica bella e musica brutta».

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Mentre esco dalla sua abitazione Massimo si mette al pianoforte e le musica pervade le pareti. Sembra quasi di ritrovarsi sospesi nel tempo e nello spazio. Un ponte musicale unisce l’Italia con gli Stati Uniti. Più veloce di qualsiasi aereo porta in America la passione e a forza di volontà tipica dell’Italia, che al di là dell’Oceano, in terra americana, si fondono con un sogno chiamato Musica.

 

 

 

Di Massimo Bassan e Gian Nicola Pittalis