Un’ordinaria abbuffata d’arte

Capita, capita di scegliere di passare il fine settimana in una città d’arte: la più vicina, dipende dai mezzi, la più interessante, dipende dai gusti.

Alla fine si opta per un grande classico, e il grande classico è quasi sempre compreso in un raggio di modeste dimensioni, quasi risicate, calcolate in modo da rientrare a casa per cena.

Chi viene da fuori invece… invece niente, opta ugualmente per un grande classico. L’Italia è il Paese dei grandi classici: Firenze, Venezia, Roma, a preferenza, una dopo l’altra, in rima baciata, rima alternata, operando un enjambement, oppure tutte e tre lo stesso giorno, col turismo mordi e fuggi ora si può: colazione a Venezia, pranzo veloce a Firenze, serata a Roma che i tonnarelli cacio e pepe ci stanno fin troppo bene.

Nel mezzo la comune fame d’arte, una formazione ‘4-4-2’ degna di nota: S. Marco in porta; Basilica, Palazzo Ducale, Canal Grande, Rialto in difesa; i fratelli Vecchio (Palazzo e Ponte), Uffizi, P. Pitti a centrocampo; attacco a due punte con Colosseo e Fori Imperiali.

I risultati, se analizzati con la matrice quantitativa sono incoraggianti, milioni e milioni di visitatori ogni anno rimpinguano le casse municipali, regionali, statali, ecclesiastiche, le attività di ristorazione prolificano e tutti sono felici.

Tutti, tranne il cittadino.

Già, ci siamo dimenticati di chi la città la vive quotidianamente non solo per divertimento, ma anche per studio, per lavoro, e… per vita. Esiste una causale simile? Se non c’è tra gli archivi ne rivendico la paternità.

Come vive quindi la quotidianità un semplice cittadino di una delle tre città sopra elencate?

Qui subentra la matrice qualitativa dell’analisi sul flusso turistico, i disagi esistono e non si riducono alla sola – seppur non indifferente – questione ambientale: immondizia, maleducazione, schiamazzi, gare olimpioniche dei duecento-metri-rana nella Fontana di Trevi; esiste anche la questione umana.

Sembra paradossale ma anche troppe anime votate all’arte, ma più che altro al selfie con quel marcantonio del David o cavalcando l’indomabile Rialto, possono creare un tappo umano fatto di carne, caldo, sudore, lentezza, vaporetti/bus/tram imbottiti all’Uomo, bimbi sperduti che vagano nell’anarchica assenza dei genitori e code, code infinite.

«L’Italia potrebbe smettere di operare in qualsiasi altro settore e mantenersi con solo quello turistico», è una frase che in qualche tempo o in qualche era abbiamo sentito tutti, incanalata dai media fino alle nostre orecchie, e poi sino alla nostra mente, tanto da convincerci che è vero, possiamo vivere solo di turismo, e le amministrazioni varie, di qualsiasi tipo e sorta, si concentrano nel promuovere se stesse e la piccola perla cittadina racchiusa entro i loro confini.

Tutto normale, tutto regolare. E invece no.

No, occorre avere il coraggio di dire anche no, perché il turismo, l’affluenza di turisti e visitatori non può tramutarsi in caos. Potremmo chiudere un occhio se da questo caos nascesse qualcosa dai sapori fortemente mitologici: una nuova vita, un nuovo mondo; invece tutto ristagna, inspiegabilmente non tutti riescono a godere dei benefici del turismo, e tralasciando una sottile fetta di volontar-stagisti (o volontagisti, altro neologismo da segnalare), anche l’aspetto occupazionale piange calde lacrime.

Per non parlare poi della mera questione geografica: l’Italia non è solo Venezia-Firenze-Roma, non è solo la già citata sequela di monumenti e luoghi d’interesse.

L’Italia è anche altro, è Ferrara, è Napoli, è Pienza, è Volterra, è Melfi, è Pavia, è una costellazione di borghi e città medio-piccole che vale la pena visitare. Certo, nessuno partirebbe dalle lontane Americhe per vedere i Sassi di Matera o la Torre di Federico II a Enna, tuttavia potrebbe crearsi un interessante circuito gestito da quelle stesse autorità che decantano le ‘maraviglie’ del nostro Paese senza concretizzarne l’estasi.

Un turista o un visitatore potrebbe essere invogliato ad addentrarsi in un territorio da esplorare, potrebbe cogliere in modo più efficace ciò che l’Arte e la Storia hanno regalato all’Italia e di conseguenza al mondo.

Se volessimo gettarla in retorica potremmo definire il tutto come un grande patrimonio collettivo, se invece volessimo concentrarci sul mero interesse antropologico e popolare potrebbe essere un respiro di sollievo per i grandi accalchi collettivi alla cassa del Campanile di Giotto.

di Alessandro Basso

La Chiave di Sophia