Veneto: una svolta alle elezioni di primavera?

Un Veneto che cambia

Un kebab mal digerito non basta a spiegare la caduta del Sindaco di Padova. La caduta del salviniano Bitonci va inquadrata nel più ampio contesto della politica veneta e nazionale. Tra sei mesi andrà alle urne Verona, capitale economica della regione e laboratorio di mutamenti politici. Voteranno anche Belluno e Cortina dove saranno gestiti importanti finanziamenti legati ai mondiali di sci e al turismo in generale. A proposito di turismo, andrà alle urne anche Abano travolta dagli scandali. Dopo il referendum nemmeno il governo potrebbe godere di buona salute.
Con l’aggiunta di Padova, l’appuntamento elettorale di primavera diventa cruciale per la politica regionale. Anche perché tutto questo avviene in sincrono alla grave crisi del sistema produttivo e finanziario veneto, ben più devastante dell’isterismo di un leghista di periferia. È difficile pensare che la crisi dell’economia veneta non condizioni la politica regionale che oggi gravita attorno alla Lega di Zaia in continuità con il ventennio Galaniano. Se non si coglierà l’opportunità di un tempestivo passaggio a un nuovo blocco politico ed economico, il Veneto non uscirà dalla palude in cui è arenato. Una nuova classe dirigente ha la possibilità di affermarsi solo attorno a un progetto politico. La crisi padovana, attribuita superficialmente al solo carattere e all’incapacità del Sindaco, va letta come la conseguenza concreta dello sconvolgimento dei vecchi equilibri provocato dalla crisi finanziaria e industriale che affligge tutta la politica regionale.
Ma il nuovo quadro politico-economico è molto più complesso da comprendere e analizzare a causa dell’anomalia veneta rispetto all’Italia. La sinistra veneta è strutturalmente minoritaria e tentativi di aprirsi al centro e alla destra non hanno mai ampliato il consenso elettorale. Essa si è perciò integrata per altra via negli equilibri di governo. Altrettanto deboli sono i Cinque Stelle che per ora non raggiungono né i numeri né la visibilità che hanno a livello nazionale. Nemmeno per loro la strategia adottata a livello nazionale è vincente nel Veneto.
In un sistema bloccato e in assenza delle classiche contrapposizioni politiche, la crisi veneta si esprime soprattutto con il risvegliarsi delle spinte autonomiste trasversali agli schieramenti. Questa è una costante della politica veneta. Non ha finora sortito effetti evidenti e immediati, ma ha sempre influito sugli equilibri. Di conseguenza, al di là delle modeste strategie locali su cui costruire il consenso, le elezioni di primavera lasciano presagire una nuova stagione della politica veneta.
La posta in gioco è l’uscita dalla crisi e la formazione di un nuovo nucleo dirigente. L’obiettivo autonomista potrebbe essere il catalizzatore di alleanze e persone in grado di elaborare le strategie necessarie alla rigenerazione di un tessuto sociale e politico che ha fatto il suo tempo. L’alternativa è che tutto resti com’è accontentandosi di affondare il più lentamente possibile ammazzando la noia discutendo di kebab e immigrati.

di Corrado Poli

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