Vicini al punto di rottura

Il caso di Cona è solo la punta dell’iceberg. Ormai tutto il Veneto ne fa parte. Si è agito troppo tardi?

Era solo questione di tempo. La sommossa dei profughi di Cona non è certamente la prima, né sarà l’ultima. Dalla protesta con i bancali a Vittorio Veneto (febbraio 2015), alla rivolta dei materassi nel luglio a Eraclea, alla discesa in piazza a Bagnoli (novembre 2016, dove venne preso di mira anche Salvini). Non è la prima, anche nella stessa Cona. Ma questa volta segna un punto di rottura. Per l’origine, le modalità, e conseguenze, per una morte che si poteva evitare. L’origine: anche se preparata da giorni, l’occupazione scatta dopo la morte di una giovane rifugiata ivoriana, Sandrine. C’è un’inchiesta che accerterà se è stata adeguatamente curata. Le modalità: i roghi e il sequestro di venticinque operatori. Le conseguenze: si è innescato un effetto “contagio”. Infatti, quasi subito dopo, altre proteste a Vicenza e a Verona. Il Veneto sta rischiando di diventare una “Santa Barbara”. E la politica non aiuta ad evitare il problema ma, al contrario, continua a discutere e litigare coi prefetti in un dibattito annoso, aperto e mai chiuso, sul tema della gestione dei profughi.

Affrontata colpevolmente per troppo tempo come un’emergenza quando invece era diventata una situazione strutturale, adesso, tutti, dal Pd alla Lega, dai grillini alla Chiesa, con motivazioni diverse, arrivano a dire basta alle grandi concentrazioni di migranti. Ognuno sostenendo che è colpa dell’altro. La Lega incolpa i troppi sì del governo, il PD i troppi no della Lega. I prefetti puntano il dito contro i sindaci che, a loro volta, rispediscono al mittente le accuse incolpando (spesso giustamente) anche il governo. Di certo è assurdo che non ci possa essere collaborazione tra Comuni, prefetti, Stato e istituzioni e che paesi con poco più di 200 anime si ritrovino ad ospitare migliaia di profughi mentre altri (molto più attrezzati) alzino le barricate richiedendo che non possa entrare nessuno. Cona è solo la punta dell’iceberg; il solo avvicinarsi alla ex base fa pensare più a un campo di concentramento che a u posto di accoglienza. Dai fili spinati alle scritte manca soltanto l’entrata per i treni merci con la scritta “arbeit macht frei” mentre si avvicina il 27 gennaio, data della giornata della memoria. In questo gioco di rimpallo lo scaricabarile diventa un alibi, e il non ammettere responsabilità semplice populismo. Ma questo non porta da nessuna parte. E tutti, istituzioni comprese, hanno colpe. Il tema non è più accogliere si, accogliere no. Il tema è: se il sistema non regge, cosa fare per gestire il problema, visto che non è un numero che si può ignorare o cancellare spostandolo da un’altra parte. Partendo ovviamente dal presupposto, questo è evidente, che la soluzione è di una estrema complessità. Se la via sono i rimpatri veloci servono accordi con i Paesi di origine.

Il ministro Minniti ha iniziato con la Tunisia e Malta ma la strada è lunga e, al momento, inattuabile. L’Italia è terra di passaggio; il luogo più vicino dove approdare come un tempo non molto lontano fu l’Albania con la Puglia. Inutile nascondersi dietro a un dito, il problema è a monte e la caduta di governi (certamente dittatoriali e militari) come quello iracheno o libico, che, comunque, facevano da barriera alla fuga in massa di immigrati e profughi (e tra questi c’è una forte differenza) ha soltanto rotto le dighe, allargando i confini delle guerre, della fame e della paura stessa. Per tutti il sogno diventa la fuga e l’Italia il Paradiso da raggiungere. Il Viminale annuncia l’apertura dei Cie. Ma in Friuli Serracchiani sbandiera già il suo no. Salvini invoca l’espulsione di massa, Zaia la chiusura delle caserme. Ma resta il nodo delle destinazioni. La soluzione di tutti i mali poteva essere l’accoglienza diffusa, un uso corretto dei corridoi umanitari. Però in Veneto non funziona per il muro alzato non solo da sindaci padani. Ma allora se non decolla, quali misure prendere nell’attesa che ai Comuni arrivino gli incentivi per metterla in pratica? È il momento di smetterla con le parole e passare alle soluzione, azzerare il dibattito sulle colpe e aprire il dossier delle scelte. Si può solo ripartire da zero. Perché in questa vicenda non ci sono vincitori ma solo sconfitti.

I profughi, per le condizioni in cui vengono ammassati, la politica che non riesce a fare sintesi ma la neutralizza, il governo (non aiutato dalla Comunità Europea) che ha ritardato troppo la linea della fermezza. I prefetti, lasciati a se stessi, le cooperative, sotto accusa perché accusate di lucrare e altre messe su un piedistallo per la trasparenza nella gestione.

La convivenza, che dovrebbe essere la norma, continuerà, invece,  ad alimentarsi di paure. Siamo tutti nella stessa barca ma a questa barca mancano una direzione e un sestante per navigare. Aspettare il prossimo “colpo di mano” potrebbe essere troppo tardi.

Gian Nicola Pittalis