Con Brexit recessione o tracollo

Una partita che non si può vincere, e neppure pareggiare. Per la Gran Bretagna del dopo Brexit si prospettano tempi grami, a prestar fede agli stralci di un rapporto realizzato in seno allo stesso governo Tory di Theresa May e tenuto ben nascosto in un cassetto fino al più classico degli epiloghi: la soffiata d’una gola profonda e la pubblicazione sui media, stavolta il sito americano Buzzfeed. Un testo la cui portata il governo si sforza di minimizzare, ma che fa divampare la polemica a Londra e rinfocola le paure manifestate già da molti. Sullo sfondo di una situazione di turbolenza politica che investe in particolare il Partito Conservatore e torna a far traballare la mai troppo salda leadership della signora primo ministro.
I numeri snocciolati nel “documento segreto” non promettono in soldoni nulla di buono. Effetti negativi vengono pronosticati per tutti i settori dell’economia del Regno Unito, o quasi, mentre le stime a lungo termine dei contraccolpi del divorzio da Bruxelles sul Prodotto interno lordo britannico variano fra la recessione e il tracollo. A seconda degli scenari.Se il negoziato con l’Ue sfociasse in un “no deal” (nessun accordo), la previsione è di una perdita secca di 8 punti di Pil nel giro di 15 anni. Se si arrivasse a un generico accordo di libero commercio da partner esterno, il salasso sarebbe di 5 punti. E se infine Londra riuscisse a restare nel mercato unico e nell’unione doganale (cosa che il gabinetto May afferma peraltro di non volere) il saldo resterebbe comunque negativo: -2%.
Tutto questo senza calcolare altre conseguenze potenziali indirette. Roba da far tremare le vene ai polsi, nei commenti dei paladini d’un ripensamento sulla Brexit, ma anche di vari analisti. Tanto più che l’auspicato recupero legato a più stretti accordi commerciali futuri d’una Gran Bretagna extra-Ue con gli Usa o altri grandi Paesi (Cina, India, eccetera) si calcola possa essere non superiore a una quota dello 0,5-0,6%.Da Downing Street, in ogni caso, il messaggio è teso a ridimensionare l’incubo. May, in partenza per Pechino, giura che quelle carte sono «un lavoro iniziale, non approvato dal consiglio dei ministri» e che ignorano «scenari diversi» come quello – auspicato dall’esecutivo – di un’intesa “à la carte” che comprenda il commercio e i servizi finanziari. Le opposizioni tuttavia non si fidano e il ministro ombra Keir Starmer chiede la pubblicazione integrale del rapporto.
Vincenzo Lovino