Scongiurare l’aumento IVA nel 2019 per evitare una recessione socio-economica

Aumento Iva nel 2019? Se si vuol far la fine del “gatto che si morde la coda”… avanti così!

A due anni circa di distanza dall’uscita dalla Grande Crisi economica che ci portavamo sul groppone dalla fine del 2008 (anche se non tutte le imprese ne sono davvero uscite e se molte famiglie stanno ancora facendo i conti con la carenza di lavoro), il rischio che il nuovo Governo sia costretto ad attuare l’aumento dell’Iva dall’attuale 22% al 24,2% è reale.

Evitare l’ennesimo incremento dell’Iva è dunque una sfida prioritaria per il prossimo esecutivo. Il 26 aprile scorso, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato il Def 2018 <senza impegno>, nel senso che non ha natura programmatica, vista l’attuale situazione politica. C’è però una precisazione da fare: quella cioè che riguarda , appunto, il previsto aumento delle aliquote Iva strettamente collegate alle clausole di salvaguardia. Indubbiamente siamo di fronte a una devastante spada di Damocle, che potrebbe tuttavia essere sostituita da misure alternative da parte del governo ancora in gestazione.

Il problema sta nei numeri di Bilancio nazionale, come al solito. Ma al di là dei vari conti, ciò che preoccupa è la già citata clausola di salvaguardia Iva: un meccanismo particolare, cioè, che ha permesso ai vari governi che si sono succeduti di posticipare ancor più i problemi dal 2014. Sul 2019 gravano infatti 12,4 miliardi di incrementi che per il 2020 diventerebbero 19,1 miliardi. Aumenti fino ad oggi scongiurati.

La domanda perciò è lecita: riuscirà il governo che verrà a evitare ancora una volta l’applicazione di questi aumenti, il cui effetto sarebbe necessariamente recessivo, sui consumi? Secondo uno studio di  due mesi fa svolto da Il Sole 24 Ore emerge come la spesa media per famiglia aumenterebbe, per effetto delle variazioni Iva, di 317 euro a famiglia. E qui si torna al presupposto iniziale. Vogliamo far la fine del “gatto che si morde la coda”? Già perché aumentare l’Iva di oltre 2 punti percentuali significa rendere ancora più stitico il potere d’acquisto delle famiglie (proprio in quest’ultimo anno che qualcosa, in positivo, si stava muovendo!) e, di conseguenza, rendersi conto che neppure le imprese ci guadagnano. Come si può immaginare che con gli stessi stipendi di prima le famiglie possano permettersi di spendere di più per avere la stessa quantità di prodotti o servizi di prima? Se mi entrano 1.200 euro di stipendio e per vivere lo Stato mi dice che avrei bisogno di 317 euro in più rispetto al 2018 a causa di quest’incremento, la domanda spunta da sé: dove li vado a pigliare? Da qui a capire quanto si restringerebbe la forbice dei consumi pro-capite, il passo è breve. Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare. Se la gente non spende più come prima, anche i negozi (leggi imprese, ndr.) e il mondo economico produttivo registrerebbero un minore introito e, così, quella che doveva diventare una leva per ingrassare le casse dello Stato, si trasformerebbe in un terribile effetto recessione.

La storia italiana conferma questa tendenza. Ogni volta che è stata aumentata l’aliquota Iva il Paese ne ha risentito. L’Italia è “maestra” in questo, visto che dalla sua apparizione, nel 1973, sono passati 45 anni e fino a quest’anno l’Iva è aumentata ben 9 volte (l’ultimo ritocco dal 21% al 22% è datato 1 ottobre 2013). Se non verrà disinnescato l’aumento al 24,2%, con il 2019 l’Italia diventerà il Paese dell’area Euro con l’aliquota più elevata.

Michel Angelo