Libri e Fumetti

Le vecchie glorie del passato animato che non tramontano mai. Ultima parte

I robot giapponesi anni ’70 e ’80 ritornano in una nuova versione

Sono passati esattamente 40 anni da quando sui nostri teleschermi sono apparsi i Robot di Go Nagai: Goldrake, Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Devilman, Jeeg. Certo, la trilogia Mazinga – Goldrake non ha rispettato la squenza che l’autore gli aveva dato ma poco importava a quei ragazzini che stavano incollati al televisore per sapere se le Armate di Micene guidate dal Dott. Hell, Il Generale Nero, la Regina Amiga o il demone di turno sarebbero riusciti ad abbattere il baluardo dell’umanità. E pensare che vennero subito criticati per la loro violenza (perchè? Tom e Jerry non erano violenti o Beep Beep e Willie il Coyote??) tanto che si formarono comitati di genitori che ne chiedevano la sospensione.

Passano gli anni ma i miti non muoiono mai e ora il genio di Go Nagai ha deciso per festeggiare l’avvenimento di dare nuova linfa vitale ai suoi figli che, con la complicità del canale Netflix, prendono nuova vita, si avvicinano di più al manga (il fumetto giapponese da cui poi viene tratto il cartone animato) e per certi versi sono ancora più cattivi e cruenti.

Partiamo dal nostro Goldrake. Il nuovo progetto si intitola “UFO Robot Grendizer: The Reappearance“, e vedrà anche il coinvolgimento di Great Mazinger, finito sotto il controllo di una nuova intelligenza artificiale denominata ZED scoperta da Genzo Umon e il Professor Yumi. Solo Duke Fleed (Actarus da noi), a bordo di Grendizer potrà fermare l’inarrestabile furia di ZED che, in possesso del Great Mazinger, intende sterminare tutta la popolazione del pianeta Terra. Mentre si celebrano con nostalgico entusiasmo i 40 anni di Ufo Robot Goldrake in Italia, è giunto il momento di conoscere qualcosa in più dell’anime che spianò la strada alla conquista dei ragazzi italiani da parte dei robottoni giapponesi, un’epopea che ha segnato profondamente un’intera generazione!

Ecco, dunque, alcune cose che (forse) non sapete su Goldrake.

1 – Più amato in Italia che in Giappone!
Nonostante sia stato la testa d’ariete che ha permesso ai robottoni giapponesi di invadere (fortunatamente) l’Italia, Goldrake è però il terzo della cosiddetta Mazinsaga opera di Go Nagai. UFO Robo Gurendaizā è infatti l’ultimo della trilogia dei robottoni creata dal maestro Go Nagai che, per l’appunto, in Italia è giunta esattamente in ordine inverso all’originale timeline giapponese (Mazinga Z – 1972, Il Grande Mazinga – 1973, Goldrake – 1974), tanto che se nel nostro paese Goldrake è leggenda, l’icona stessa degli anime robotici, in Giappone è esattamente il contrario dove è Mazinga Z ad aver conosciuto il successo maggiore, mentre Goldrake è, ironia della sorte, il meno considerato. Infatti, come trait d’union della saga il personaggio di Koji Kabuto, il pilota di Mazinga Z, sarà il pilota del Disco Volante (da lui stesso costruito) prima e del Goldrake 2 poi, cosa che in Italia creerà confusione anche perché il nome di Koji fu cambiato in Alcor.

2 – La grande battaglia dei dischi volanti, il prequel di Goldrake
Goldrake è “ispirato” al mediometraggio UFO Robot Gattaiger – La grande battaglia dei dischi volanti (Uchū enban daisensō) del 1973 diretto da Yōichi Kominato in collaborazione con Go Nagai, pellicola che divenne il pilot per lo sviluppo di Goldrake. Nel film, di cui potete vedere un estratto qui di seguito insieme alla sigla, sono presenti già le prime idee che verranno sviluppate successivamente, come un robot (completamente diverso chiamato Roboizer e disegnato da Tadanao Tsuji) che si aggancia ad un disco volante, l’ambientazione country/western, le musiche e il personaggio di Duke Fleed (il futuro Actarus/Umon Daisuke).

3 – Per fortuna che Gianni c’è!
Dopo la prima messa in onda di Goldrake non si fecero attendere le feroci critiche rivolte all’anime con, sugli scudi, due dei più grandi “intellettuali” italiani come Dario Fo e Alberto Bevilaqua.

Il primo dichiarò: «Goldrake è l’angelo sterminatore, il vendicatore che si “sacrifica” per il povero uomo della strada (in fondo c’è dietro la stessa idea dei terroristi)» (non si capisce come mai una persona che si sacrifica per i poveri possa essere un terrorista); il secondo, invece, ci andò giù ancora più pesantemente: «Killer, sì, più che robot il pugno rotante equivale al pugno di ferro; l’alabarda spaziale alla baionetta; il maglio perforante al manganello Goldrake è lo stadio che può precedere la droga vera e propria.».

Fortunatamente, non tutti si scagliarono con furia cieca contro Goldrake. Gianni Rodari, uno che “qualcosa” la sapeva di racconti e storie per fanciulli, nell’articolo intitolato “In difesa di Goldrake” difende il robot paragonandolo ad un Ercole, metà uomo e metà macchina spaziale. Secondo Rodari i bambini non sono soggetti passivi di questi disegni animati perché sono in grado di rielaborare il materiale fantastico che la televisione propone loro nel gioco e nelle attività quotidiane.

4 – Girl power Bia addicted!
Già concepito, fin dalla richiesta fatta dalla Toei Animation a Go Nagai, come anime destinato anche a un pubblico femminile, Goldrake vide il progressivo ingresso delle figure femminili di Venusia (Makiba Hikaru) prima e Maria (Grace Maria Fleed) poi, come ruolo attivo della serie ai comandi del Double Spacer e del Delfino Spaziale rispettivamente. La figura di Maria fu introdotta perché, man mano che Venusia si ritagliava sempre più spazio, gli ascolti giapponesi diminuivano. Fu così che la produzione sostituì il character designer Kazuo Komatsubara con la coppia Shingo Araki e Michi Himeno che avevano preso parte alla realizzazione dell’anime Bia la sfida della magia. Infatti Maria e Noa (amica/rivale di Bia) si somigliano tantissimo.

5 – Il lampo di genio tutto italiano di Romano Malaspina
Nella versione giapponese dell’anime i personaggi, mentre usavano le armi, spingevano solo dei pulsanti o tiravano delle leve, cosa che causò dei “tempi morti” durante il doppiaggio italiano con imbarazzanti silenzi. Fu così che Romano Malaspina, mitico attore/doppiatore di Actarus (che avrebbe meritato maggior successo anche al di fuori del doppiaggio), inventò i termini come Alabarda Spaziale, Maglio Perforante, Raggi Laser e Lame Rotanti.

6 – Figli delle stelle
Alcuni nomi dei personaggi italiani come Alcor, Venusia, Rigel, Mizar, Hydargos e Procton (adattamento di Procyon/Procione) sono tutti nomi di stelle/pianeti come lo stesso nome di Actarus, modifica di Arturo, astro appartenente alla costellazione dell’Orsa Maggiore.

7 – Goldrake come Devilman
C’è una cosa che accomuna Ufo Robot Goldrake e Devilman. Oltre ad essere figli dello stesso papà Go Nagai, Actarus e Akira (Devilman) condividono un altro particolare che li accomuna: gli occhi! Sebbene si scherzi sul fatto che le ciglia di Actarus sembrano essere infoltite a colpi di Rimmel, entrambi i protagonisti presentano infatti un marcato tratto scuro che definisce in maniera netta la palpebra inferiore, accorgimento usato per sottolineare la natura non esattamente di origine umana dei due.

9 – Nicoletta Artom, la persona a cui si deve tutto
Il responsabile televisivo che effettivamente porto UFO Robot Goldrake in Italia è Nicoletta Artom la quale visionò alcune sequenze di Grendizer a una fiera di cartoons a Milano nel 1977 (Mifed). La manager ne rimase così favorevolmente impressionata tanto da decidere di acquistarne i diritti. Che dire, le saremo eternamente grati signora Artom!

Passiamo ora a un altro “campione di incassi” Devilman, tratto dal manga Mao Dante che si ripresenta adesso con la versione “Devilman Crybaby”.Dieci puntate in cui il regista Masaaki Yuasa reinterpreta il mito dell’uomo-diavolo di Go Nagai. Le trasposizioni animate precedenti del personaggio sono fondamentalmente due, una all’opposto dell’altra. La prima è la storica serie televisiva della Toei Doga, trasmessa nel 1972 praticamente in contemporanea alla pubblicazione del manga e composta da 39 episodi (in Italia arrivò soltanto nella prima metà degli anni Ottanta).

Era una rielaborazione fortemente edulcorata di quello che Go Nagai stava raccontando con il suo manga, pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Magazine di Kodansha e in Italia recentemente raccolto in un omnibus a cura di J-Pop. Molto più fedele allo spirito inquietante e nichilista del manga l’omonimo OAV prodotto nella seconda metà degli anni Ottanta, per la regia di Tsutomo Iida e il meraviglioso character design di Kazuo Komatsubara. I due episodi di quell’OAV – mai concluso in Italia – furono distribuiti in VHS da Dynamic Italia (ora Dynit). E posso assicurarvi di aver letteralmente consumato quelle dannate videocassette.

Ora l’azzardo: dopo i vari Devil Lady e Amon: Apocalypse of Devilman, Netflix produce un anime che si ispira al manga ma che ne rielabora alcuni elementi, aggiornandoli al presente. A orchestrare una simile operazione è stato chiamato Yuasa, un autore che ha costruito la sua autorialità attraverso titoli capaci di passare dal desiderio sperimentale di Mind Game, Kaiba o The Tatami Galaxy a titoli più accomodanti come Ping Pong the Animation (tratto dal manga di Taiyo Matsumoto) o il recente Lu Over the Wall (vincitore del Cristal Award al Festival dell’animazione di Annecy). Parliamo in ogni caso di un personaggio che, a prescindere dalla materia narrativa, ha come priorità quella di far confluire il tutto in una visione radicalmente personale.

Devilman Crybaby non si sottrae a questo genere di discorso e, in effetti, è un bene. La storia è sempre quella: il timido e impacciato Akira Fudo è contattato dal suo amico d’infanzia Ryo, che gli rivela una realtà spaventosa: i demoni, creature che hanno vissuto sul nostro pianeta prima della glaciazione, stanno tornando per riconquistare la Terra, impossessandosi dei corpi degli esseri umani. Solo un uomo-demone nato dalla fusione tra Akira e Amon potrà generare quell’essere con sensibilità tale da poter combattere contro un’orda di terribili nemici.

Yuasa riaggiorna le dinamiche narrative collocandole in una dimensione fortemente intrisa di presente, con la componente tecnologica e immancabilmente social a farla da protagonista. Trasla le motivazioni di Akira/Devilman da un piano ideologico a uno più emozionale, dando vita a un personaggio che fa del pianto il mezzo con cui cercare di interpretare il mondo. Da questo straniamento Yuasa prova a dar vita a un personaggio ancor più specifico di quello originario. Complessivamente le dieci puntate della serie sono ben strutturate ed equilibrate. Da un punto di vista tecnico, invece, Yuasa ha optato per un approccio che in qualche modo stravolgesse l’estetica riconoscibile di Devilman. Regia e character design sbaragliano totalmente ogni forma di previsione: Devilman Crybaby è in assoluto figlio dello sguardo folle di Masaaki Yuasa.

Anche la scelta fotografica, con l’uso di colori acidi, oppure la plasticità dei corpi: sfruttando anche un character design funzionale, Yuasa ha ripreso ciò che già aveva messo in scena in quella meravigliosa opera d’esordio che è Mind Game, rendendo il corpo una scheggia impazzita che si deforma fino a esplodere. Allo stesso tempo, l’autore è rimasto coerente con il manga originario: quello spirito, quel senso di sfacelo e di fine che caratterizzava il fumetto di Go Nagai, mai così pessimista, si ripropone anche qui, laddove Yuasa spinge l’acceleratore su violenza e sesso come coordinate obbligate di un mondo senza speranza tanto che a vincere (non come nella serie televisiva) alla fine è Lucifero, sdraiato su un isolotto dopo aver sterminato la razza umana che parla da solo con il tronco di Akira ormai morto.

Il ritorno di Mazinga Z

A dieci anni dalla sconfitta dell’impero di Mikene, finalmente la pace regna sulla Terra, anche grazie all’energia fotonica, una fonte di energia pulita e pressoché inesauribile. Ma in seguito a un misterioso ritrovamento, questo equilibrio sembra destinato a incrinarsi. All’interno del monte Fuji, viene infatti rinvenuta un’enorme testa, appartenente a un’antica divinità demoniaca. In contemporanea, ricompaiono misteriosamente alcuni acerrimi nemici di Mazinga Z e del Grande Mazinga, ovvero il Dottor Inferno e i suoi alleati, il barone Ashura e il conte Blocken. A combattere contro le forze del male ci penseranno due eroi come Koji Kabuto e Tetsuya Tsurugi. Per chi ha sempre subito il fascino dei megarobottoni giapponesi ed è cresciuto leggendo i manga di Go Nagai o guardando in televisione gli anime a essi ispirati, ma anche per chi conoscesse soltanto di nome la celebre serie animata, Mazinga Z Infinity è l’occasione ideale per tuffarsi in un mondo fatto di eroismo, epici combattimenti e incredibili robot.

Jeeg Robot D’Acciao: storia e sequel di un evergreen
Chi ha vissuto gli anni Settanta da bambino ricorderà sicuramente la serie giapponese di cartoni animati composto da 46 episodi, tratto da un fumetto di Nagai Go.La versione giapponese è del 1975/1976. In Italia è andato in onda per la prima volta nell’aprile del 1979 con il titolo Jeeg Robot d’acciaio. La serie fa parte di uno dei grandi filoni dell’animazione giapponese arrivato in Italia alla fine degli anni Settanta. Jeeg è stato il primo robot che ha approdato davanti al pubblico dei bambini italiani.

Seguito subito dopo dal Grande Mazinga, diffuso su Canale 5 dal mese di dicembre del 1979. Come nel caso della maggior parte dei cartoni animati giapponesi (anime), anche in questo caso la trama è complessa. C’è il giovane di nome Hiroshi che in seguito ad una serie di eventi complicati si ritrova a dover difendere il mondo in una guerra tra robot. Il giovane protagonista guida la testa del robot che ha il corpo formato da vari componenti che si combinano tra loro in modo spettacolare, a formare un corpo di guerriero robotico antropomorfo. Per salvare il mondo, Hiroshi, insieme alla sua squadra deve affrontare varie prove rischiose e particolarmente complesse.

Azioni ispirate al senso del sacrificio appartenenti all’etica dei samurai. La guerra si manifesta in una sequenza di esplosioni e si svolge intrisa del rischio che il nemico possa disporre di armi definitive. Trama probabilmente ispirata alla tragedia vissuta poco prima dai giapponesi in seguito all’evento di Hiroshima e Nagasaki e che ha lasciato dei traumi profondi nel popolo nipponico. La conquista della vittoria, per il giovane vestito alla Elvis Presley, rappresenta non soltanto la salvezza dell’umanità e del pianeta, ma anche l’acquisizione della saggezza e della maturità dell’età adulta. Nel 2016 è stata presentata una versione rinnovata sia nei colori che nello stile. Si tratta del sequel chiamato Shin Jeeg Robot d’acciaio che presenta una serie di notevoli differenze con la storia originale.

Gian Nicola Pittalis

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