NordEst

Bisogna avere paura solo della paura

Il Nordest un’altra volta colpito da fuori. C’è anche una vittima triveneta nell’attentato di Strasburgo, l’assalto della follia terrorista al mercatino di Natale. Il sangue di Strasburgo ha fatto ritornare la paura e mostrato la nostra fragilità.

I terroristi islamici spesso scelgono i periodi delle feste, specie quelle religiose, le zone affollate e indifese. Negli ultimi dieci anni ci sono stati decine di attentati e molte centinaia di morti dei quali decine di italiani: dal mercatino di Natale a Berlino alla strage del Bataclan di Parigi. E ancora: Bruxelles, Nizza, Rouen, Londra, Stoccolma, Manchester, Barcellona… Un elenco lunghissimo, come è lunghissima la lista delle vittime.

A Strasburgo sono morti un imprenditore, un meccanico, un pensionato: un francese, un thainlandese e un afghano; l’ultimo musulmano come chi gli ha sparato in testa. E sul giovane reporter trentino, Antonio Megalizzi, i medici temono che non si risveglierà più dal coma: faceva le cronache per la radio dell’università di Trento, amava l’Europa, non aveva paura della paura.

Stragi che segnano la nostra storia e anche il nostro modo di vivere, di comportarci, di guardare al futuro. Un passato sanguinoso fatto di follia omicida: camion che travolgono la folla e passano e ripassano sui cadaveri, bombe, sparatorie… Forse c’è stata sottovalutazione del pericolo, forse l’intelligence di alcuni Paesi non è irreprensibile come sembra, forse sarebbe meglio coordinare a livello europeo le indagini, scambiarsi le informazioni, procedere con operazioni collegate. Certo c’è qualcosa che non funziona da qualche parte, se anche questa volta l’assassino di Strasburgo è riuscito per giorni a sparire a 720 agenti per poi essere catturato e ucciso.

Il Veneto e l’intero Nordest si scoprono non così distanti dall’Europa, ma coinvolti e attraversati dalla stessa preoccupazione. Non sono passati molti anni da quando i triveneti hanno pianto Valeria Solesin, una veneziana che aveva trovato lavoro alla Sorbona di Parigi, un dottorato di ricerca a concludere un corso di studi perfetto e un’attenzione sempre più accentuata al volontariato. Era al Bataclan la notte di novembre del 2015, la strage di Parigi che fece più di 130 morti, 90 soltanto nel teatro; la più grave aggressione in territorio francese dalla seconda guerra mondiale.

Valeria era al Bataclan per un concerto degli Eagles of Death Metal, gruppo californiano che stava cantando “Kiss The Devil…Io sono il diavolo e questa la sua canzone”, quando i terroristi dell’Isis fecero irruzione inneggiando ad Allah e sparando all’impazzata nel mucchio. Quasi contemporaneamente altri terroristi sparavano allo stadio dove gioca la Nazionale francese di calcio; altri ancora in una pizzeria. Tre attentati simultanei in pieno centro.

L’ultimo viaggio di Valeria è avvenuto in gondola fino a Piazza San Marco, la città si era fermata al grido di “Arrendersi mai”, davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si sarebbe ricordato della giovane veneziana nel messaggio di fine anno, in tv, davanti a molti milioni di italiani.

 

L’addio alla Solesin fu un esempio di  unione contro l’odio e il terrore, fu la preghiera di tre religioni unite in nome della pace e della necessità del cambiamento. Fu la consacrazione di una ragazza europea emigrata per inseguire i suoi sogni. Era la nuova Europa che aveva il coraggio di non arrendersi alla paura.

Per l’ultimo viaggio di Valeria quella volta eccezionalmente suonarono tutte insieme le cinque campane del Campanile di San Marco. Hanno un nome le campane e suonano una nota, nell’ordine “La-Si-Do-Re-Mi”. La prima è la Marangona o il Campanon, l’unica rimasta intatta dopo il crollo del 1902; l’ultima la Renghiera, era la campana dei giustiziati. “La-Si-Do-Re-Mi” per la gondola che scivola col suo carico.

Valeria rimane l’immagine di un mondo  raggiungibile dal terrorismo ovunque si vada. Ma anche la dimostrazione di come si possa e si debba reagire al terrorismo. La cosa più sbagliata da fare dopo gli attentati è quella di modificare le nostre abitudini, piegarle alla paura, rinunciare alle libertà della nostra vita. Chiudersi in casa, non andare in pizzeria, non scendere nelle strade, non recarsi allo stadio o non andare a un concerto. Se facessimo questo l’Isis avrebbe già vinto, senza nemmeno sparare un altro colpo.

Hanno lottato per costruire il futuro Valeria e tutti gli altri morti come lei, anche le ultime vittime di Strasburgo, il turista asiatico, il bancario in pensione francese, il meccanico afghano che aveva aperto l’officina come riscatto dopo essere sfuggito a una guerra infinita. Il giovanissimo reporter trentino innamorato del suo modo di fare giornalismo. Sono morti non per conservare gli errori del passato, ma per dimostrare – come diceva un grande presidente americano – che la cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.

Edoardo Pittalis

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