Resa dei conti nella Lega

«Zaia boys» vs Bitonci

«Un indizio è un indizio, due indizi  una coincidenza, tre indizi una prova», parola della scrittrice Agatha Christie. E qua, di indizi, i leghisti più vicini al governatore Luca Zaia ne hanno messi in fila almeno una decina. C’è qualcosa che non va, nel Carroccio, e i sospetti puntano tutti sul segretario nazionale Gianantonio Da Re e sul presidente del partito Massimo Bitonci. Autori, con Lorenzo Fontana, braccio destro di Matteo Salvini, delle liste che hanno fatto saltare per aria social e chat degli iscritti.

Già all’indomani del deposito in Corte d’appello, molti avevano notato come tra i 40 e più nomi del Carroccio non ne comparisse uno vicino all’entourage più fidato del governatore. Si tratta per lo più di sindaci ed ex sindaci della Pedemontana, e uno di loro, Domenico Presti, è andato giù duro: «Hanno eliminato gli uomini di Zaia».

Il quale, fedele allo stile che si impone da una vita, si è ben guardato dal dire a Da Re e Bitonci: «Piazzatemi questa persona e quest’altra»  ma questo non significa che abbia preso bene il fatto che le liste gli siano state mostrate solo un attimo prima che venissero portate in Corte d’appello, già chiuse. Alcuni colonnelli fanno notare che, se non altro per correttezza, gli si poteva chiedere un parere. Altra incongruenza: possibile che in vista della legislatura che la stessa Lega va sbandierando come «decisiva» per l’autonomia, non si sia scelto con Zaia di mandare a Roma un gruppo di superfidati per tutelare il “venetismo” in parlamento?

C’è chi ricorda che nel 2013 le liste per le Politiche le fece Flavio Tosi, anche lì con molti «volti nuovi» e tanti fedelissimi, l’allora sindaco di Verona spiegò di non aver coinvolto Zaia perché «tocca al segretario politico nominare i parlamentari e al presidente della Regione governare il Veneto». Fu l’inizio della guerra tra i due. Quindi tante lotte per ritrovarsi punto e a capo?

 

 

Ci sono malumori nella Treviso di Zaia, a Vicenza, nell’Alta Padovana, nel Veneto Orientale. Nel frattempo, Zaia si è eclissato dalla campagna elettorale. Ovviamente prenderà parte a tutti gli appuntamenti ed i comizi che gli saranno richiesti, ma da una settimana,nessuna sua dichiarazione sulla chiamata al voto. Già non è stato candidato capolista nei collegi, circostanza che di sicuro avrebbe contribuito a tirare la volata al partito, possibile che in via Bellerio non lo si voglia utilizzare come frontman, dopo che al referendum per l’autonomia ha trascinato alle urne 2 milioni di veneti ora che è rimasto l’unico governatore del Carroccio? Forse gli attestati di stima di Forza Italia fanno più male che bene.

Proprio quanto accaduto con Roberto Maroni in Lombardia, tra l’altro, mette tutti in allarme in vista delle Regionali del 2020. Ad attirare l’attenzione le mosse dell’ex sindaco di Padova Massimo Bitonci, a cui da tempo vengono attribuite ambizioni su Palazzo Balbi. Ma allora perché candidarsi nel listino proporzionale invece che nell’uninominale, altrettanto blindato? Sarà mica perché il primo, in caso di elezione, permette di dimettersi a piacimento facendo subentrare il primo dei non eletti, mentre il secondo rende l’opzione assai più difficile, rimandando il collegio al voto?

Vero è che in politica nulla è per caso. Anche per questo i leghisti si interrogano sulle scelte di Da Re, e sulle ripercussioni che queste avranno nella diatriba interna ad Asco Holding, la spa del gas controllata dalla Lega. Da mesi, infatti, è in corso una guerra, scatenata dalla riforma Madia, sugli assetti societari e gli equilibri con i privati e i sindaci della Lega sono divisi sul da farsi. Risultato: quelli fedeli alla linea dura di Da Re, che predica lo scontro alla morte, come Sonia Fregolent, sono in lista per il parlamento. Quelli dubbiosi o contrari, come Presti, no. Ci si potrebbe aggiungere la candidatura della veronese Cinzia Bonfrisco (ex socialista indagata per corruzione) nelle Marche e a Roma, ma qui forse è meglio tergiversare.

A.C.M.