Un 25 aprile da non dimenticare

Il “25 Aprile” del Veneto impiega almeno tre giorni per arrivare. I giornali continuano a nascondere la verità: “I sovietici ricacciati in contrattacco”, titola il Gazzettino del 25. Cadono le bombe su Santa Maria di Sala, Chioggia e Pellestrina. Il giorno dopo spazio ai “riti per San Marco nella Basilica d’oro”. E al cinema Santa Margherita “Il perduto amore, grande film a colori”, commedia tedesca con l’italiana Germana Paolieri: lei ama lui ma sposa l’altro, quando il primo ritorna il marito la lascia libera, ma lei si accorge di amare il marito che intanto muore! Non è facile parlare di una ricorrenza che per i Veneti è doppia: la liberazione e la festa del Patrono del capoluogo di Regione che, negli anni, è diventato patrono e simbolo del Veneto stesso.

In mezzo la ricorrenza del “bocolo” la rosa rossa dal gambo lungo che si dona alla donna amata. Tradizione e storia che si sposano in un matrimonio tra riti che si perdono nel tempo e identificazione di un popolo. Storicamente soltanto il 27 aprile s’incomincia a capire qualcosa, quando in prima pagina del Gazzettino compare l’annuncio del Comando tedesco alla popolazione di Venezia: “Qualora i combattimenti attualmente in corso dovessero avvicinarsi alla città di Venezia, e il nemico non porterà la lotta in città e la popolazione si comporterà in maniera assolutamente tranquilla, le FF. AA. germaniche non svolgeranno alcuna azione bellica e non eseguiranno distruzioni”.

Il 28 aprile si capisce tutto. Esce il numero straordinario “Fratelli d’Italia-Il Gazzettino” firmato dal Comitato di Liberazione Nazionale che “dichiara iniziata anche nella provincia di Venezia la insurrezione nazionale per la liberazione del Paese dal giogo degli invasori tedeschi e dei traditori fascisti”. Il giornale dà anche altre notizie sorprendenti: “Mussolini Farinacci Pavolini e Graziani sono stati arrestati dai Volontari della Libertà”.

Nella realtà Mussolini è già stato ucciso e con lui anche l’amante Claretta Petacci e i gerarchi che lo avevano seguito nella fuga verso la Svizzera interrotta dai partigiani a Dongo. Venti corpi erano stati scaricati per terra a Piazzale Loreto a Milano, abbandonati per un giorno intero alla furia della gente che aveva infierito con calci e sputi. Poi li avevano appesi a testa in giù alle traversine di un distributore. “Eravamo la nuova Italia, non si doveva dare un simile spettacolo. Ci doveva essere rispetto”, commentò Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica.

Nel Veneto la guerra dura ancora per molti giorni. Verona è la prima città raggiunta dagli Alleati dopo che i tedeschi hanno fatto saltare i dieci ponti sull’Adige. Il 27 e 28 la battaglia si sposta su Padova, dove i fascisti della X Mas sparano sulle case dal Bassanello. Cadono centinaia di partigiani e 500 nazifascisti. L’insurrezione di Padova viene definita dagli Alleati come “un vero modello di cooperazione fra le truppe armate e i reparti dei patrioti operanti a tergo degli schieramenti nemici”. Il 28 si combatte a Venezia: in piazzale Roma, alla Marittima, nel Porto. L’ultima a deporre le armi è la X Mas asserragliata nel collegio di Sant’Elena.

I tedeschi se ne vanno indisturbati in cambio della mappa delle mine in tutta la laguna. Il generale Clark a nome degli Alleati manda un messaggio: “Invio ai cittadini le mie congratulazioni per l’insurrezione, coronata dal pieno successo… Dobbiamo dichiarare, per la verità, che la vostra città è stata liberata dall’interno”.
Belluno è liberata il 30 aprile e le centrali idroelettriche sono messe al sicuro. In salvo nel Vicentino gli impianti industriali di Schio e Valdagno. A Chioggia entra la brigata “Vittorino Boscolo”. Montebelluna e Bassano sono liberate il 30, come Treviso.

Scrive il poeta Andrea Zanzotto partigiano: “Il momento della liberazione fu come l’irrompere di una luce vivissima di speranza, oltre che la fine di un incubo”. La ritirata di fascisti e tedeschi è spesso segnata da una scia di sangue e violenza. Pedescala, a pochi chilometri dal confine trentino, è sulla strada che i tedeschi devono percorrere per ritirarsi. Una colonna mista di SS, fascisti, russi, preoccupata di trovare la strada bloccata prende la popolazione in ostaggio e si abbandona alla rappresaglia.

I militari uccidono senza motivo 84 persone e gettano i corpi nel fuoco. La colonna corazzata comandata da Fritz Polak abbandona Padova portandosi appresso 76 ostaggi, costretti a marciare dall’alba al tramonto scalzi per non scappare, usati come scudi umani per evitare attacchi dei partigiani e massacrati una volta al sicuro. Anche dall’altra parte le ultime ore sono a volte quelle della vendetta: a Oderzo un tribunale partigiano mette in discussione l’accordo col quale centinaia di giovani fascisti avrebbero potuto lasciare il collegio Brandolini. Ne uccidono oltre 100. A Codevigo, nella Bassa Padovana, in pieno maggio oltre 100 repubblichini saranno massacrati e i corpi sparsi nelle campagne. A Carbonera uno spietato capo partigiano fa trasportare centinaia di prigionieri e ne fa ammazzare moltissimi.

A Venezia e in ogni provincia viene insediata la Corte straordinaria d’Assise per la punizione dei delitti fascisti. La resa dei conti è spesso feroce, si riveste di furore popolare e della spettacolarizzazione della pena. E i giornali contribuiscono allo spettacolo. “Processato e giustiziato Bazzeghin”, riferisce il giornale: “Un persecutore degli antifascisti Giuseppe Bazzeghin di 42 anni è stato giustiziato dal tribunale del popolo”. Andavano ad arrestarlo, ha sparato dalla finestra uccidendo il comandante di una brigata partigiana. È stato fucilato. Da giovane era stato il portiere della squadra di calcio del Venezia. Per festeggiare la chiusura ufficiale della guerra, la sera del 5 maggio a Venezia tutte le formazioni partigiane sfilano in Piazza San Marco davanti ai comandanti Alleati e al Cln. Per l’occasione viene concesso a tutti i lavoratori il “Premio di Liberazione”: 5000 lire a testa a capofamiglia, 3500 agli altri, nessuna differenza tra uomini e donne.

A Venezia però un vaporetto Acnil salta in aria e affonda nelle acque della zona industriale per una mina dimenticata. È carico di operai e impiegati, ci sono 40 morti. Intanto negli annunci c’è chi vende una bicicletta e chi una fisarmonica. Toti Dal Monte canta per i soldati alleati accompagnata dall’orchestra della Fenice. Al cinema Rossini solo film americani, come “La famiglia Sullivan”, storia vera di cinque fratelli morti in guerra che molti anni dopo sarà lo spunto per “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. Piccoli segnali di un lento rientro nella normalità. Come il ritorno in edicola del Gazzettino con la sua testata il 18 luglio 1945, affidato alla direzione di Armando Gavagnin che firma il fondo “Il ritorno”.: assunto al giornale nel 1925 dal vecchio fondatore Talamini, era stato arrestato per antifascismo nel 1928. Adesso “senza odio, senza desiderio di vendetta, con una gran sete di quella vera giustizia…” rende omaggio a quello che definisce “l’onesto giornale di Talamini”. In quella mancanza di odio e di vendetta, in quella sete di giustizia vera c’è il senso più profondo di una guerra di Liberazione che nel volgere di un anno porterà alle prime elezioni libere, alla nascita di un nuovo Parlamento, alla proclamazione della Repubblica e della democrazia e alle basi della Costituzione.

Da allora viviamo in libertà e in democrazia, ma l’Italia non è riuscita in 70 anni a creare un sacrario e un museo della Resistenza. Non era facile scegliere allora. Ha scritto Italo Calvino: “Per molti dei miei compagni era solo il caso a decidere da parte dovessero combattere”. E spiega bene che a fare la differenza è la Storia: “C’è che noi nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra”. Il 25 Aprile è il nostro vaccino contro la corruzione, le porcherie, i soprusi, la nostra religione laica, in un momento in cui questo Paese tende a perdere la memoria, insegue le paure, ascolta la pancia non il cuore e il cervello, specula sui morti. Si riscopre e non in piccola parte perfino razzista. Quel 25 aprile era nato per crescere diversi ma solo con gli anni la festa è diventata tale.

A.C.M.