Verso il referendum

Venezia vs Mestre,tra turisti e nobiltà è pronta a sbucare la talpa separatista

Chi sono i veri veneziani? Un po’ lo deciderà il referendum sulla separazione Venezia-Mestre — il quinto in 39 anni — che si terrà il prossimo 30 settembre — salvo incidenti —. Chi è di Venezia-Venezia può decidere di vocarsi curatore museale di se stesso con tutto quel che comporta, compresa la cura della città della quale i residenti resterebbero unici titolari. Non si calpestano pietre, la più recente della quali ha cinquecento anni, senza privilegio e nessuno fa entrare tutti a casa sua, non senza adeguato compenso. Ci sono già i sondaggi, uno per la verità ma professionale, fatto da Demopolis che, seppur vecchio di sei mesi (i rilievi sono del novembre 2017), mostrerebbe un trend in crescita tra i separatisti su entrambi i lati del Ponte della Libertà: oggi il 46 percento voterebbe per la separazione (nel ’94 erano il 44,31, nell’89 il 41,3 e il 27,1 nel ‘79) e, ancora più significativo, il sondaggio stima in calo la storica ostilità dei mestrini per la divisione (meno 4 punti, 40% contro il 44% di prima).

Insomma, la talpa della rivoluzione separatista — due sindaci, due consigli comunali e due identità diverse — secondo il sondaggio ha scavato per quarant’anni e ora sarebbe sul punto di sbucare sotto la poltrona del sindaco Brugnaro. Che non è affatto contento, tanto è vero che ha già fatto ricorso al Tar. E tuttavia in città tira aria nuova: «Prima sembrava impossibile non dichiararsi veneziani, lo facevano anche quelli di Zelarino, ora un po’ meno: resiste ma sta cedendo il voto identitario, quella cosa un po’ vanitosa e futile che nelle urne alimentava il no dell’entroterra, il ritenersi veneziani comunque e a prescindere. Non funziona più nemmeno la sindrome di abbandono vissuta dai veneziani che temevano di rimanere soli», così spiega Marco Gasparinetti portavoce del «Gruppo 25 aprile».

Il «Gruppo 25 Aprile» — apolitico e trasversale — negli ultimi anni ha scavato e agito in silenzio con metodi situazionisti più che propagandisti, geniale quella con cui ha raccolto cinquemila euro per consentire ad un’architetta veneziana sfrattata dal suo studio di restare in laguna. «Resta il voto identitario, difficile da smuovere perché il fascino di ritenersi veneziani ripaga in parte i disagi di vivere in terraferma. Il brand è bello ma non più irresistibile, la gente votava no per il solo piacere di avere Venezia sulla carta d’identità. Ma le cose stanno cambiando. Il referendum ce lo giochiamo a Mestre e Mestre è matura per liberarsi dal ponte». Questi sono i propositi, poi ci sono le ragioni del cuore che semplici non sono mai.

E chi sono poi i veri veneziani? Forse i ‘bobo’ francesi (borghesi-bohemienne) che si sono fatta la casa a Santo Stefano? Sensibili ed estenuati come sono, sempre raffinati e in adorazione sembrano i più indicati. Altrimenti ci sono gli americani europeizzati che tra l’altro hanno anche i soldi». «Per i francesi Venezia è perfetta, con un solo difetto: non è loro». «Non vanno bene i francesi? Allora nominiamo un comitato sovranazionale, venga l’Unesco e al posto di Brugnaro mettiamoci le Nazioni Unite a governare.

Stefano Chiaromanni promotore del sì a Mestre è ottimista: «Venezia scomparirà come città visibile e vivibile. Il no controproponeva la città metropolitana ma ha fallito, ha fallito la sinistra e ha fallito la destra, entrambe incapaci di capire cosa succede a casa loro cosa possono sapere del di fuori? Noi promotori del referendum abbiamo 35 anni di media, tutti con padri e nonni che venivano da Venezia ma, a differenza dei vecchi, non abbiamo nostalgia. Mamma Venezia non c’è più, finito il bisogno e anche il campanilismo che ci faceva litigare. Si va a votare e i sondaggi ci danno in svantaggio, ma sempre meno». Quorum permettendo naturalmente.

A.V.