“Estote parati”, una scout veneziana nell’emergenza a Montemonaco

-Testimonianza di Laura Abbate.

Quarantaquatrenne, Assistente Amministrativa presso MIUR – comparto Scuola.
Scout dal 1983 ad oggi; una volta scout, sempre scout.
Capo scout del gruppo “scout Campalto-Favaro 1” e incaricata di Protezione Civile zona Mestre.
Al ritorno da Montemonaco (AP), paese colpito dal sisma a 1080 metri s.l.m., ai piedi del Monte Vettore all’interno del parco nazionale dei monti Sibillini.
-Quando sei arrivata?
Sabato 5 novembre alle 9.45. Siamo partiti alle 2.10 da Mestre, una levataccia, anzi a dir il vero non sono proprio andata a dormire.

-Cos’hai trovato?

È difficile riassumere quello che ho trovato, visto, percepito, sentito, e provato in poche parole! Ci provo.
Alla chiamata di servizio ho subito risposto “eccomi” e preparato lo zaino mi sono ritrovata pronta a partire.
Il viaggio è stato lungo, abbiamo costeggiato l’Adriatico e arrivati a S. Benedetto del Tronto abbiamo tagliato orizzontalmente l’Italia. Il colore azzurro del mare ha lasciato posto al verde dei prati delle colline, al giallo autunnale delle foglie secche lungo gli argini della strada. L’imponente monte Vettore che si intravedeva al nostro orizzonte ci accoglieva infondendoci tranquillità e coraggio. Estasiata davanti a questo magnifico quadro della natura, la mia prima sensazione è stata di serenità e quiete. Difficile è rendersi conto che solo un paio di giorni prima tale equilibrio era stato alterato dalla forza distruttrice del terremoto. Una natura che ti regala tanto, ma che ti mette alla prova, che ti scuote, sradica le tue certezze e i tuoi averi, che ti lascia un segno, un segno di impotenza.
Sabato sera, la nostra prima notte al campo, è stata particolarmente dura. Già nel tardo pomeriggio si era alzato un forte vento, che verso sera aumentando d’intensità, con la complicità di una copiosa pioggia battente, ha danneggiato la tensostruttura e le tende dei volontari. Il campo è stato prontamente evacuato.
La mattina seguente il silenzio era disturbato solo dall’ululare del vento e dal tintinnio dei vari pezzi della tensostruttura. Tende, brandine ed effetti personali sparsi per il campo in un acquitrino che rendeva tutto inagibile. Alacremente abbiamo raccolto i materiali e insieme agli altri volontari di P.C. ci siamo spostati in una  struttura della diocesi “Casa Gioiosa”, nuova destinazione dell’area di accoglienza.
I primi giorni sono stati difficili, solo poche persone venivano a mangiare e nessuna ha voluto dormire presso l’area di accoglienza; stare in una struttura in muratura creava loro ansia e paura alimentata anche dalle continue scosse.
Riassumendo posso dire che è stata una settimana intensa e dura. Dormire con affianco caschetto e zainetto pronti per la fuga, vedere scene di distruzione che ti restano impresse negli occhi, il bisogno delle persone di non essere abbandonate, tutte emozioni scolpite nel cuore.

-In cosa consisteva il vostro intervento?

La mia squadra, la squadra Veneto02, è stata attivata dalla Regione Veneto con compiti di segreteria e supporto al COC (Centro Operativo Comunale). Ci siamo occupati della gestione dei volontari, del magazzino alimentare e dei beni di prima necessità, del supporto alla cucina per cibo e pasti e di tutte le procedure amministrative e burocratiche; oltre a sopperire a tutte le necessità e le esigenze che di volta in volta si manifestavano durante la settimana.

-Come sono state le relazioni con i locali?

Ottime. Tutta la squadra (eravamo in tre: io da Mestre, Luca da Noale e Giovanni da Padova) è subito riuscita ad allacciare rapporti amichevoli con tutti: Sindaco, Vice-Sindaco, operatori della P.C. locale, rappresentanti delle Forze dell’ordine e i cittadini montamonachesi.  La prima sera siamo stati invitati da Manuela e Cristina (Vice-Sindaco e figlia del Sindaco) per un giro in paese, questo ci ha permesso di conoscere meglio le persone del posto e di avere un quadro completo e reale della situazione. Abbiamo anche avuto modo di visitare alcune frazioni di Montemonaco (complessivamente ne ha 22 molto distanti l’una dall’altra ed alcune delle quali sono borghi di poche anime, 3/5 abitanti) con Francesco (abitante e membro della P.C. del posto) per comprendere maggiormente la popolazione ed il loro modo di vivere. Francesco mi ha colpito notevolmente per la sua capacità di reagire alla drammatica situazione in cui si trova (ha perso una casa ed i magazzini della sua azienda agricola, inoltre rischia ulteriore danno nel caso non riuscisse a  vendere tutti i prodotti, poiché non ha più un posto sicuro dove tenerli) prodigandosi per gli altri e rendendosi sempre disponibile anche con noi.
Importante nel nostro servizio è stato il dopo cena, alternativamente nei due bar del paese. Era un momento prezioso per interagire con le persone e chiacchierare con loro, visto che frequentavano Casa Gioiosa solo per i pasti. Abbiamo giocato con Annamaria (bambina di 3 anni), ci siamo relazionati con i suoi genitori, abbiamo chiacchierato con Cristina, Lorenza, Francesco. Tutti avevano tanta voglia di liberarsi del fardello della paura e della sensazione di abbandono da parte delle Istituzioni.
estote-paratiL’ultima sera hanno cucinato per noi le castagne, eravamo una grande famiglia. È stato un bel momento conviviale, di dialogo e spensieratezza che ci ha fatto dimenticare per qualche ora quanto accaduto in questi mesi.
Le castagne sono il simbolo e l’orgoglio del loro paese; l’ultimo fine settimana di ottobre di ogni anno organizzano la sagra della castagna che richiama in questo piccolo paese circa 1500 persone. Quest’anno il sisma del 30 ottobre ha cancellato i loro sogni e, soprattutto, distrutto tutto.
Mi fa sorridere la casualità degli eventi, appena arrivati a Montemonaco la prima cosa che ho visto è stato proprio il cartello “Sagra della Castagna”. Un cartello messo all’inizio del paese, con fascine di legni a terra accatastati ai bordi della strada, aree delimitate, volontari di P.C. che si aggiravano nell’area completamente deserta, strada principale chiusa. Un cartello a cui non abbiamo dato peso, un cartello come tanti altri che avevamo già visto in altre parti e che pubblicizzava un evento locale.
Ora, invece, ripensando a quel cartello, riguardando la foto che ho fatto, non vedo solo la pubblicità, ma so cosa significa, so che racchiude e conserva la storia dei montemonachesi, la loro identità, la loro forza e anche il loro dolore.

-Quali sono state le difficoltà fisiche incontrate?

Ho dormito poco. Si è sempre sotto pressione durante l’emergenza, ma la stanchezza fisica si accusa solo al rientro e ci si libera dopo tre/quattro giorni di ritmo normale.

-Quali sono state le difficoltà emotive?

Ho dovuto mantenere la calma in seguito all’ennesima scossa che ci fa ha fatto tremare, mi sono emozionata guardando il video “aggrappati alle nuvole per non tremare” di Angelo. Nei miei occhi sono rimaste impresse le scene di distruzione, ma anche lo spettacolare arcobaleno dell’ultimo giorno e la speranza del nuovo giorno, di un futuro brillante.

-Essere scout nel sistema di protezione civile aiuta od ostacola i rapporti e la collaborazione con gli altri volontari?

L’essere scout sicuramente aiuta i rapporti e favorisce le collaborazioni con gli altri volontari. Facciamo parte tutti dello stesso sistema con un unico obiettivo anche se con modalità e metodi diversi. Non nascondo che, a volte, ci sono state delle difficoltà dovute soprattutto al diverso metodo di approccio, alle diverse priorità e sensibilità, ma subito dissolte grazie al dialogo costruttivo e al continuo confronto.

-Essere scout ti ha aiutato o preparato in qualche modo ad essere un elemento utile nel soccorso?

Certamente! Lo scoutismo è un metodo educativo che sin da piccoli insegna il porsi al servizio del prossimo e giunti all’età dei 20/21 anni alla scelta di mettere la propria vita al servizio degli altri, “donarsi a chi ne ha maggiormente bisogno”, essere una persona attiva che ha cura e favorisce il bene comune.
estote-parati1Essendo l’associazione componente del sistema Protezione Civile segue le sue linee di istruzione ed addestramento secondo i protocolli nazionali e le direttive della norma 81/08.
In caso di emergenza il nostro ruolo è principalmente quello di supporto socio-assistenziale alle popolazioni colpite da calamità con particolare riguardo alle esigenze dei più vulnerabili (bambini, ragazzi, anziani, ecc.).

-Essere scout ti ha aiutato o preparato ad affrontare emotivamente la situazione?

Scoutismo è un movimento di frontiera, si trova a interagire con situazioni e persone con varie difficoltà ed eventi particolari ogni giorno.  Prima della partenza per una emergenza e al nostro ritorno siamo supportati da uno psicologo per aiutarci ad affrontare la situazione con cui ci relazioneremo e per collocare quanto vissuto.

-Ritorneresti?

Certo, anche ora se potessi.
Il rientro è sempre difficile, porta con sé tristezza, ma anche la ricchezza delle persone. Ritorni a casa con lo zaino di biancheria sporca, ma stracolmo di sorrisi, della forza di coraggio, della semplicità. Si fa il giro dei saluti, noti un velo che offusca gli occhi, le frasi smorzate in bocca, ma l’abbraccio è più esplicativo di mille parole.

-In caso di altre emergenza partirai nuovamente?

Si, salvo problemi o contingenze particolari del momento. Ho fatto parte della prima squadra in tutte e tre le grandi emergenze (Abruzzo, Emilia ed ora). Ogni emergenza è stata diversa, ad ogni emergenza ero diversa e da ogni emergenza sono tornata diversa.

-Cosa ti è rimasto?

La forza di reagire delle persone, il loro calore, i panorami spettacolari e anche un po’ la delusione nelle Istituzioni.

-Cosa non vorresti aver vissuto?

L’impotenza di fronte al continuo tremare della terra.

-Cosa consiglieresti ai nuovi volontari?

Maggiore attenzione alle persone, sono esseri umani che hanno subito un trauma quindi è indispensabile trasmettere loro serenità, sicurezza e far sentire loro il calore umano, senza però dar false illusioni. Non farli sentire “abbandonati”. ll volontario deve essere un passo in avanti su tutto, deve accorgersi delle necessità e trovare le soluzioni adatte senza intralciare il sistema o creare scompigli.

-Quanto è importante l’addestramento?

È molto importante per poter operare in autoprotezione e sicurezza ottenendo il meglio da materiali e mezzi a disposizione, ma indispensabili sono il buon senso e l’umanità per l’aspetto socio-psicologico.

-Si può essere pronti per affrontare una situazione di emergenza? Emotivamente?

“Estote parati” è il motto degli scout. Essere sempre pronti in qualsiasi momento e situazione, nulla è impossibile! Essere pronti significa essere competenti, oculati, leggere le situazioni, analizzarle, fare le valutazioni del caso ed agire per il benessere di tutti (osservare, dedurre ed agire). Sicuramente nessuno vorrebbe ci fossero emergenze, ma bisogna essere pronti ad ogni evenienza ed essere persone solide in grado di dare certezze, infondere sicurezza negli altri e non generare o creare maggiori tensioni ed instabilità.

Stella Sebelia

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