Come può la filosofia entrare in carcere

A volte si guarda al carcere come ad una realtà negativa, da cui stare alla larga ‘perché lì ci stanno i delinquenti’…ma una volta che si entra, ci si deve mettere alla pari, lasciando ogni pregiudizio e sovrastruttura fuori dall’istituto. La cosa importante là dentro è ascoltare quello che quei ragazzi vogliono dire, perché ne hanno da dire. In questo modo si scopre un universo che non è tanto diverso dal nostro, anzi, forse è più consapevole, sicuramente più sofferto ma con la voglia di non arrendersi, di provarci, di pensare che la galera è solo un passaggio per riflettere sui propri errori.

Dopo aver visto un video motivazionale sul non arrendersi, i ragazzi, 16 giovani tra italiani e stranieri di età massima 18 anni, hanno iniziato a dialogare, a confrontarsi, ad ascoltarsi. “Non dobbiamo arrenderci perché chi si arrende diventa nulla”, ci dice uno dei ragazzi; “Non mi arrendo perché so che la vita non è solo qui dentro, questo è solo un passaggio che mi sta insegnando quanto ho sbagliato là fuori”, ci dice un altro.

La mancanza di libertà non significa perdita della libertà di pensiero, anzi, i ragazzi sembrano proprio aver trovato una via di fuga con la mente e certe realtà, per noi magari banali, loro ce le presentano con una riflessione profonda, facendoci capire che gli ovvi siamo noi che li ascoltiamo e che diamo per scontate tante cose nelle nostre vite. “La galera serve, per riflettere sui tuoi errori, per capire che ormai sei una persona adulta e devi assumerti le tue responsabilità. Ti aiuta anche a selezionare i veri amici da quelli falsi che hai fuori di qui e fa capire che parlare e condividere le proprie opinioni con le persone è importante.”

Passa un’ora e ci si ritrova immersi nelle loro parole, nei loro discorsi e quando il laboratorio finisce pensi a quella frase che ha detto quel ragazzo che non ha detto nulla per tutta l’ora se non solo questo “la morte quando arriva arriva, l’importante è morire in libertà”; è una cosa a cui non ho mai pensato ma che mi ha fatto riflettere su quanto una persona privata della sua libertà la desideri anche per l’evento della vita più sicuro, la morte. Dai ‘grazie’ detti con sincerità mentre andavamo via, ho imparato quanto la dignità che noi riconosciamo agli altri, sia una cosa preziosa ma purtroppo rara.

Questa la sfida di Valeria Genova e Anita Santalucia, due giovani donne unite da una laurea in filosofia e dalla profonda certezza che occorra riscoprire le enormi potenzialità del dialogo filosofico, inteso come costante provocazione a pensare.

Con questo scopo mercoledì scorso le due filosofe hanno tenuto per la prima volta presso l’Istituto penitenziario minorile di Treviso, un laboratorio sperimentale di filosofia, intitolato I Care, ispirato e condotto secondo il modello della Philosophy for Children and for Community. Il laboratorio, fortemente voluto e appoggiato da Titti Bonetti, coordinatrice didattica dell’Istituto, pone l’attenzione sul concetto di cura declinato in prendersi cura di se stesso e dell’altro soprattutto in un contesto di perdita e di smarrimento del sé.

“L’obiettivo della filosofia dovrebbe essere quello di insegnare l’arte della “fuga”, attraverso la riflessione e il confronto su temi della quotidianità in tutti i suoi risvolti. Il dialogo filosofico in ambito carcerario permette di diventare osservatori di se stessi, delle proprie vicende e di un’esperienza comunitaria così particolare”, dice Valeria Genova, laureata in Filosofia a Venezia, founder di un importante progetto editoriale ed ora completamente immersa in questa nuova missione; “vogliamo dimostrare ai ragazzi del carcere che il pensiero è libero, nonostante nasca dentro quattro mura: se ci si pone un obiettivo, una speranza, un’idea, si può raggiungere la dimensione del futuro con il pensiero, dunque con una sorta di libertà.”

“I nostri laboratori di filosofia vogliono dimostrare come gli interlocutori che ci troviamo di fronte siano in possesso di tutti gli strumenti per affrontare temi esistenziali e prendere consapevolezza di essere loro stessi portatori di una filosofia ispiratrice di scelte e di assunzione di responsabilità.” aggiunge Anita Santalucia, laureata in Filosofia a Napoli e teacher di Philosophy for Children and for community.

Questi laboratori del nuovo progetto I Care, in un momento storico in cui forte si sente nel nostro paese il problema delle carceri, intendono dimostrare che i detenuti, in quanto persone, sono portatori di un vissuto ricco e problematico, espresso in bisogni identitari fortemente strutturati che sfociano in una vera e propria filosofia di vita.

Contatti:

I Care: icarephilos@gmail.com

Valeria Genova: vgenova85@gmail.com

Anita Santalucia: anita.santalucia14@gmail.com

A.C.M.