Big Brother, Big Data

“Il Grande Fratello ti guarda”: era il 1948 quando Orwell immaginò un regime totalitario in cui la libertà di ognuno era limitata dallo sguardo vigile delle telecamere.
La tua vita nelle mani di qualcun altro, la tua “privacy” non esiste, tutto è del dominio di chi ti governa.
E se il concetto di “tutela della privacy” ha comunque assunto rilevante importanza negli ultimi anni la realtà non conferma le aspettative.

Si perché se le telecamere non sorvegliano noi e le nostre azioni (o almeno non individualmente), quando siamo davanti al pc o “interagiamo” con lo smartphone (termine che non rende perfettamente l’idea del rapporto d’amore che molti vi instaurano) ogni idea, ogni preferenza, ogni scelta, ogni acquisto, ogni interesse, ogni curiosità vengono minuziosamente registrate e contribuiscono ad arricchire le informazioni che il Grande Data ha di noi.

Già si parla di strumenti portatili che comunicano i nostri dati in modo da aiutare gli addetti alle vendite a prevedere e anticipare le nostre richieste, aumentando così le quote di vendita (ah…Dio denaro).
Forse corriamo con la fantasia ma non ci stupiremmo se anche il mondo del lavoro venisse presto a contatto con le enormi potenzialità dei Big Data.
Quanti contatti ha quel recruiter? Quanto spesso vi interagisce? Quante visite svolge quel venditore secondo i dati della geolocalizzazione? Quali concorrenti utilizza un potenziale cliente, in base alle pagine web visitate?

Non c’è limite alla conoscenza che si può acquisire grazie ai Big Data, ma è opportuno non dimenticare una cosa: non c’è dato o metrica che possano far desumere ciò che ognuno di noi ha dentro di sé.
Emozioni, passioni, intuito, empatia e ogni altro meraviglioso tassello di quel grande mosaico che è la nostra personalità, nella vita privata come nel lavoro, fa la differenza e deve ricordarci che siamo unici non tanto per quel che facciamo ma per come lo facciamo, a dispetto di ogni categorizzazione.

Marco Garbin