Concorsi universitari truccati e problemi reali

In questo articolo rispondo a una domanda paradossale: perché la corruzione nella selezione dei docenti universitari e la “cattiva” scuola provocano l’evasione e l’ingiustizia fiscale? La cronaca riporta che numerosi, famosi e potenti docenti di diritto tributario sono gravemente indiziati di gravi illeciti nei concorsi. Ipotizziamo che per gestire il fisco quotidianamente operino mille ragionieri, cento commercialisti laureati, dieci ricercatori di vaglia e qualche vero luminare del settore scelto tra economisti e giuristi. Ma da anni si va dicendo che la scuola media che forma i ragionieri è disastrosa e superata, la selezione dei docenti somiglia a un ufficio di collocamento piuttosto che a una selezione sulle capacità e le motivazioni, e tutti gli interventi sono prevalentemente intesi a ridurre le spese. Come è possibile allora che questi mille ragionieri sappiano davvero fare bene il loro mestiere e siano educati all’onestà?

Lo stesso discorso vale per i cento commercialisti che dovrebbero essere formati nelle università. Non si fa altro che ripetere quanto la didattica universitaria italiana sia un disastro. Si imputa l’inadeguatezza al taglio dei finanziamenti, ma anche allo scarso interesse dei docenti a insegnare soprattutto quelle materie che garantiscono alti redditi da libera professione quali gli avvocati tributaristi o i commercialisti. Se tutti concordiamo che l’università ha dei gravi problemi, come possiamo pensare che i dirigenti delle imposte che lavorano sul territorio siano adeguatamente preparati anche in termini di etica professionale se i loro docenti si comportano in modo scorretto? Perché se uno inganna sui concorsi si può presumere che non si farà scrupoli nel frodare il fisco!

Peraltro da posizioni di potere. E cosa potrà mai insegnare? Qualche conseguenza pratica della scarsa preparazione universitaria ci dovrà pure essere! Concediamo che dei cento dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, dieci siano eccellenti autodidatti e persone oneste.

Ma per gestire la politica fiscale è necessario un sistema di competenze diffuse che non solo consente ad alcuni di agire bene, ma anche di dare prova di onestà. Se non hanno interlocutori, anche i pochi autodidatti diventano inutili. Anzi, per esperienza sappiamo che i bravi sono emarginati da chi compensa la propria incompetenza tecnica con maggiore scaltrezza nel tramare per ottenere posizioni direttive.
I dieci ricercatori o docenti universitari di rango inferiore dovrebbero studiare ed elaborare progetti nuovi e alternativi, girare il mondo per conoscere, proporre quanto di migliore ci sia. Ma sappiamo in che condizioni marcisce la ricerca nel nostro paese. La selezione dei ricercatori è clientelare, molti di loro non si sono mossi dall’università e per fare carriera sono incoraggiati a obbedire anziché innovare. Salvo rare eccezioni che, essendo tali, non cambiano le cose. Così succede che questa arretratezza culturale passi dai ragionieri ai commercialisti o tributaristi e arrivi ai ricercatori. Inevitabile che il sistema fiscale sia nelle mani di un personale culturalmente ed eticamente discutibile a tutti i livelli: come non aspettarsi elusioni ed evasioni?
L’ultimo ostacolo sono i pochi “baroni” che hanno il compito di selezionare i ricercatori e i futuri docenti. Costoro dialogano con il potere politico, ma malauguratamente aspirano a farne parte. Quindi, anziché svolgere prevalentemente l’attività di ricerca e preparazione dei ricercatori, sono molto più interessati a dialogare con i potenti che si servono dei loro studi professionali per proporre norme e metodi ripetitivi evidentemente vecchi e inefficaci, ma presenti nel catalogo della loro formazione e di quella di chi li ingaggia. Così si fa tutto come si faceva una volta poiché per aggiornarsi occorre un sistema di diffusione della cultura assente nel nostro paese.

Corrado Poli