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Bia, la sfida della magia. Apripista!

È stato tra i primi anime del filone streghette ad arrivare in Italia. Bia, la sfida della magia, e resta a oggi uno dei più popolari. Grazie alla sigla ipnotica, alla rivalità con Noa per il titolo di Regina delle Streghe, agli elementi che avrebbero influenzato decine di serie successive. A cominciare da Sailor Moon.

Scesa sulla terra per noi (lasciandosi dietro qualche episodio)

Bia, la sfida della magia (Majokko Megu-chan) è una serie realizzata da Toei Animation nel ’74. Trasmessa per la prima volta in Giappone tra il 1 aprile di quell’anno e il 29 settembre del ’75. 72 episodi mandati in onda parallelamente alla pubblicazione del manga firmato da Tomo Inoue e Makiho Narita. Il character design della serie era firmato da Shingo Araki. Mostro sacro del settore che ha lavorato a decine e decine di serie classiche. Da Goldrake a I Cavalieri dello Zodiaco, passando per Lady Oscar, Rocky Joe e Ulisse 31.

Bia arrivò in Italia nel marzo dell’81, sulle frequenze di Rai 2. Otto puntate non vennero però doppiate, probabilmente perché ritenute troppo tetre o violente, e perciò ne andarono in onda solo 66 episodi su 72. E siccome altri paesi europei, come il Portogallo, ereditarono l’edizione italiana anziché adattare quella giapponese, toccò anche a loro la versione coperta magica corta.

Majokko, le tante figlie di Samantha

Bia fa parte del filone di anime del genere majokko, ovvero “streghette”. Un genere nato in casa Toei con Sally la maga (Mahotsukai Sari) nel ’66. Ispirato dalla popolarità, anche in Giappone, della sitcom USA Vita da strega (Bewitched, che aveva a sua volta generato Strega per amore / I Dream of Jeannie). Un filone proseguito poi, tra streghe e maghette, con titoli come La maga Chappy (1972). O Cybernella (1973), cui si ispireranno L’incantevole Creamy e le altre serie di Studio Pierrot. Negli anni successivi, Toei darà vita a numerose altre protagoniste magiche, come Lulù l’angelo tra i fiori (Hana no ko Runrun).

Majokko Megu-Chan / Bia è sbarcato anche al cinema. Con le versioni estese di due episodi (il primo e l’undicesimo) trasmesse in due edizioni del Toei Cartoon Festival (aka Toei Manga Matsuri). Rassegne con le quali, durante le vacanze estive o primaverili, Toei portava sul grande schermo per un giorno i suoi personaggi anime e tokusatsu di maggior successo. Nel primo caso (luglio 74), Bia era accompagnata, tra gli altri, da Mazinga Z contro il Generale Nero. Nel secondo (marzo ’75), da Il Grande Mazinga contro Getta RobotKamen Rider Amazon e La Sirenetta, la più bella favola di Andersen (la versione Toei, appunto, della fiaba danese).

Megu e non

Molti nomi di Majokko Megu-Chan vennero modificati nella versione italiana dell’anime. La protagonista, come il titolo giapponese lascia intuire, si chiama Megu (si pronuncia Meg). Il vero nome di Noa è invece Non. Ma è cambiato anche il cognome della famiglia di Bia. In originale è Kanzaki, qui è diventato Japo, giusto per non far notare troppo le origini giapponesi del cartone animato… Choo-san è stato italianizzato invece in Ciosa, inglobando il suffisso. La doppiatrice di Bia era di Cinzia De Carolis (Lady Oscar, Patty di Candy Candy, Bo Peep nei Toy Story…). Tra le altre inconfondibili voci italiane dell’anime. Renzo Stacchi (Haran Banjo in Daitarn III), Liliana Sorrentino (Pollon), Nino Scardina (Mister X de L’Uomo Tigre, Bugs Bunny…) e Anna Marchesini. Proprio in una sala di doppiaggio, in quegli anni, la Marchesini incontra Massimo Lopez (sono entrambi tra le voci di Supercar Gattiger). Di lì a pochissimo, con Tullio Solenghi, daranno vita al Trio.

Le guerriere Sailor prendono appunti da Bia

A rendere Bia una serie fondamentale nel panorama anime degli anni 70 è soprattutto il fatto che tanti suoi spunti narrativi e temi, come la presenza di una rivale con poteri analoghi e affascinante quanto la protagonista, verranno riutilizzati tempo dopo dalla Toei per Sailor Moon. Due episodi di Majokko Megu-Chan sono diretti peraltro da Yuji Endo. Che in seguito diventerà uno dei registi principali delle avventure delle guerriere vestite alla marinaretta. Ma l’influenza esercitata da Bia è evidente anche altrove. A differenza delle streghette precedenti, Bia/Megu nasceva esplicitamente come personaggio con una certa vena sexy. È spesso in biancheria o alle prese con un bagno. Viene spiata da diversi personaggi (anche nella sua famiglia) e il testo della sigla giapponese. Con quelle immagini da film con la Fenech, è molto più licenzioso di quello italiano.

Cutie Honey e il Fanservice

L’idea della serie era nata tra le mura della stessa Hiromi Productions della menzionata Cybernella (Miracle Shoujo Limit-chan). Visto che quest’ultima non aveva riscosso particolare successo, si decise con Toei di puntare a qualcosa di decisamente più sexy e zeppo di fanservice. Prendendo spunto – anche se il genere era diverso – da un’altra serie animata Toei, la Cutie Honey creata da Go Nagai nel ’73.

I punti di contatto tra Bia e Cutie Honey sono diversi. Tanto che all’inizio dell’episodio 27 Bia guarda in TV Misty Honey. La versione rockstar di Cutie Honey. Cantare la sigla dello show ideato dal papà dei Mazinga. La prima è in pratica una giovane fan della seconda. Le sigle di Bia e Cutie Honey erano dopo tutto interpretate in Giappone dalla stessa cantante, Yoko Maekawa.

L’alfabeto di Bia e le Luci a San Siro

Parlando di sigle, quella italiana venne incisa sul singolo “Bia, la sfida della magia/L’alfabeto di Bia”. Scritta da Andrea Lo Vecchio, era interpretata da lui e da Giovanni Marrelli, con lo pseudonimo de I Piccoli Stregoni. Andrea Lo Vecchio è un autore, compositore e paroliere a cui si devono alcuni grandi successi della musica leggera italiana. Ha scritto ad esempio “Luci a San Siro” per Roberto Vecchioni, “Rumore” per Raffaella per Carrà, “E poi…” per Mina. Tornando al mondo delle sigle degli anime, ha scritto quelle di Temple e Tam Tam. Astroganga, Judo Boy, Gundam, Baldios, I bon bon di Lilly. Sempre nell’81, Lo Vecchio ha cantato la sigla di Sally la maga. Questa è invece la versione giapponese, di Yoko Maekawa, in tutto il suo swing.

Bambole, fumetti e videogame su Bia

Il successo di Bia in Italia è testimoniato dai tanti prodotti su licenza all’epoca in circolazione. Album di figurine, bambole con testa in vinile (e “ciglia vere”) prodotte dalla New Gioco, fumetti. Come quelli pubblicati sul magazine TV Junior, ad esempio. O in una testata quattordicinale monografica intitolata semplicemente Bia. E portata in edicola per otto numeri dalle Edizioni TV. Su testi di Andreina Repetto (autrice in seguito di tante storie Disney). E con le cover e i disegni di Lucio De Giuseppe (poi copertinista di Topolino e altre pubblicazioni con topi e paperi). Ed Erminio Ardigò (Diabolik, Storia del West, Kriminal).

Nel ’99 è uscito in Giappone un gioco per la prima PlayStation intitolato Majokko Daisakusen (il sottotitolo, in inglese, è Little witching mischiefs). Un videogame che mischia combattimenti e GdR e che presenta sette eroine majokko di Toei. Sally, Stilly de Lo Specchio Magico, Chappy, Cutie Honey, Bia, Lulù e Lalabel. Pubblicato da Bandai, il titolo è stato sviluppato da un’azienda occidentale. La californiana Toys for Bob (Star Control, Skylanders). E in Giappone ne è stata realizzata anche una linea di gashapon che includeva anche Noa, assente nel videogioco.

La particolarità è che durante lo sviluppo, Bandai continuava a inviare via fax tonnellate di documenti al team americano, pieni di correzioni e modifiche. E tutti in giapponese. Quelle traduzioni portavano via troppo tempo. Per riuscire a completare il lavoro entro la data di consegna, i ragazzi di Toys for Bob hanno deciso di spegnere semplicemente il fax. Il problem solving fatto semplice.

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