La disoccupazione cala perché i giovani hanno perso le speranze

L’ultimo rapporto Istat sul mercato del lavoro nel mese di febbraio 2017 indica un calo consistente della disoccupazione. Peccato che il calo non derivi da un aumento dell’occupazione, ma piuttosto dall’aumento degli inattivi cioè coloro che sfiduciati hanno smesso di cercare un impiego.

Il tasso di disoccupazione infatti si calcola considerando i disoccupati all’interno della platea di coloro che stanno attivamente cercando lavoro (che l’ISTAT chiama “la forza lavoro”): di questa platea non fanno parte gli studenti e i lavoratori che hanno smesso di cercare un’occupazione cioè che si sono chiamati fuori dal mercato del lavoro.

Per questo motivo, questa è la regola di base, il calo della disoccupazione è un segnale positivo per il mercato del lavoro soltanto a patto che a questo corrisponda un aumento dell’occupazione. Altrimenti significa che le persone hanno perso le speranze non che hanno trovato un’occupazione.

E anche il premier Gentiloni si è subito adattato alla tradizionale distorsione dei dati commentando su twitter: “Cala la disoccupazione, anche tra i giovani. L’impegno per le riforme ottiene risultati. E continua”.

Gli elementi che destano preoccupazione in questi 140 caratteri sono ben due: il primo è la visone distorta e parziale offerta dal premier e il secondo la conferma che proseguirà la pratica renziana di gettare soldi nella decontribuzione. Nei prossimi giorni il Consiglio dei Ministri licenzierà il DEF con la manovra correttiva e il piano di riforme che daranno indicazioni sulle riforme da inserire nella prossima legge di stabilità: tra queste il Governo ha intenzione di reintrodurre la decontribuzione di renziana memoria, quella che è servita a buttare circa 20 miliardi senza smuovere il mercato del lavoro. Se il Governo Gentiloni ha intenzione di combattere la disoccupazione con bufale e decontribuzione, ai giovani italiani non resta che fare le valigie.

L’ISTAT ha pubblicato il rapporto mensile sul mercato del lavoro. Nel mese di febbraio 2017, spiega l’istituto, gli occupati restano stabili (tasso di occupazione al 57,5%) rispetto a gennaio “mantenendosi su livelli prossimi a quelli dei quattro mesi precedenti”.

Per quanto riguarda la tipologia degli occupati, l’ISTAT spiega che “l’occupazione aumenta tra gli ultracinquantenni e diminuisce nelle restanti classi di età” e che “sale il numero di lavoratori a termine, mentre calano i lavoratori a tempo indeterminato e restano stabili gli indipendenti”.

Il tasso di disoccupazione scende all’11,5% calando dello 0,3%, mentre la disoccupazione giovanile cala di 1,7 punti percentuali, attestandosi al 35,2%. Questo dato messo in relazione con il tasso di inattività può significare soltanto una cosa: i giovani non hanno trovato un lavoro, hanno perso la speranza di trovarlo. 

Riassumendo quindi quello che dicono i dati dell’ISTAT e che spiega anche il direttore della Fondazione ADAPT, Francesco Seghezzi:

– la disoccupazione cala (anche quella giovanile) perché crescono le persone che hanno smesso di cercare un lavoro;

– l’occupazione infatti resta al palo

– l’occupazione interessa soprattutto gli ultracinquantenni e i contratti a termine.

Questi dati sono stati accolti dal Governo Gentiloni con squilli di tromba, peccato che basti guardare con un minimo di attenzione e onestà intellettuale i numeri per capire che non c’è proprio niente da festeggiare.

Il rapporto ISTAT è l’ennesima conferma che il Jobs act non ha funzionato, che l’Italia ha speso miliardi di decontribuzione triennale per smuovere di un millimetro un mercato del lavoro indietro di chilometri se confrontato con i nostri partner europei. E coloro che più stanno soffrendo sono i giovani perché il rinvio dell’età pensionabile tiene per più tempo gli over 50 a lavoro e tutti gli interventi del Governo Renzi non sono riusciti a spalancare le porte del mercato del lavoro ai più giovani.

Perché il problema del mercato del lavoro italiano è il cuneo fiscale tra i più alti d’Europa e una decontribuzione parziale e a tempo non convincerà mai i datori di lavoro ad assumere.

Nei prossimi giorni arriverà il DEF con misure dedicate alla crescita e al lavoro. Secondo le ultime indiscrezioni il Governo ha deciso di inserire nel DEF un taglio dei contributi previdenziali per tre anni per i neoassunti a tempo indeterminato limitato però agli under 35. La misura renziana era valida per tutte la classi d’età e secondo le stime soltanto un terzo dei nuovi contratti a tempo indeterminato e della trasformazioni ha interessato i giovani.

In questo modo quindi il Governo Gentiloni intende aggiustare il tiro e riservare la decontribuzione per il primo lavoro stabile dei giovani. Peccato che si tratta ancora una volta di una misura a termine che non dà alcuna garanzia allo scadere dei tre anni.

Sarà un altro modo per drogare per un anno il mercato del lavoro buttando via miliardi in decontribuzione. Ma è così difficile capire che è necessario un taglio netto, stabile e generalizzato del costo del lavoro? Un cuneo fiscale più basso per tutti e per sempre: soltanto così avremo qualche speranza di far ripartire il mercato del lavoro italiano. Altrimenti, se la ricetta dei prossimi Governi sarà la stessa di quelli passati – ovvero distorsione della realtà e misure costose e inutiliai giovani non resta che fare le valigie e andare a cercare fortuna altrove.

A.V.