La flat tax non basta

All'Italia serve attrarre imprese e lavoratori

A molti non è piaciuta l’offerta del fisco ai ricchi di tutto il mondo di trasferire la loro residenza in Italia dove subirebbero un’imposizione forfettaria annua di 100 mila euro ma attenzione, non sui redditi da lavoro o altro prodotti in Italia, ma su redditi (finanziari, per lo più) prodotti all’estero dove sono stati residenti per non meno di 10 anni. Se lavorano e guadagnano qui, pagano su questo reddito come gli italiani.
Si capisce subito che si tratta di un’offerta per pochi detentori, all’estero, di svariati milioni di investimenti accumulati prima della residenza in Italia. E si accoppia a innovazioni introdotte ugualmente dalla Legge di Bilancio 2017 per favorire l’arrivo da Paesi extra Ue di investitori ricchi che avranno percorsi particolari di concessione di visti se necessari e di residenza se faranno investimenti, ad esempio 2 milioni in titoli di Stato o 1 milione in azioni di una società italiana o altro.

La prima, è una misura mirata a ricchi investitori con base a Londra e che potrebbero scegliere ora il continente, dopo la Brexit. È un primo passo del nostro Fisco su una strada già battuta da tempo da Regno Unito, Belgio, Spagna, Portogallo e altri, anche il Canada. Per alcuni fa scandalo. Sergio Cofferati, oggi parlamentare europeo e persona di spicco della sinistra ex Pci e ora ex Pd, parla «di misura sbagliata e sleale che avvicina l’Italia ai paradisi fiscali».
Molti non l’hanno capita e detto e scritto che si tratta di una flat tax, o meglio di un versamento forfettario, anche per redditi prodotti in Italia dopo avere preso qui la residenza. Non è così. Anche se qualcosa in questo senso andrebbe fatto appena possibile: aiutare a superare l’handicap che l’Italia ha, per una serie di motivi e per colpe tutte nostre, nell’attirare investimenti stranieri. Che sono qualcosa di diverso dall’acquisto da parte di stranieri di imprese italiane, cosa che non sempre arricchisce il Paese.

Siamo il 12% del Pil dell’Unione ma abbiamo una quota assai minore degli investimenti fissi stranieri presenti in Europa, che è la mecca dell’investimento estero, ben superiore rispetto a quello presente negli stessi Stati Uniti. La Spagna ha quasi il 50% in più di noi, la Svizzera, che da sempre cura molto e agevola gli investitori stranieri, il 120% in più (noi siamo a circa 350 miliardi di dollari e la Svizzera a 830 di investimenti diretti secondo il 2016 World Investment Report dell’Unctad) ), la Francia un po’ più della Svizzera, il piccolo Belgio ancora di più.

I manager stranieri, in caso di trasferimenti di impianti, nuovi insediamenti, acquisizioni, valutano molto attentamente i vantaggi/svantaggi fiscali per l’impresa e per sé. L’Italia non attira molto con la fiscalità per le imprese e soprattutto non attira per nulla con la fiscalità per gli stranieri che vengono qui a vivere e lavorare per un datore di lavoro straniero, e che invece sarebbero attratti da vantaggi Irpef per un numero limitato di anni, cinque ad esempio. Non solo quelli offerti ai top manager, ma anche ai semplici tecnici e impiegati. Il Belgio, ad esempio, consente a tutti i lavoratori stranieri, top o non top, temporaneamente in Belgio per un datore di lavoro straniero, di considerare esentasse i giorni di lavoro trascorsi altrove e documentati con biglietti aerei o ferroviari e ricevute d’albergo, fino a un certo numero di giornate.

Le cause che rendono l’Italia non sempre appetibile sono varie, e il fisco pesa molto. Tra le altre cause che non aiutano l’investimento straniero in Italia la burocrazia, lenta, complicata e imprevedibile. E la giustizia, non solo lenta, ma altrettanto imprevedibile. «Nessuno vuole venire a chiedere giustizia in Italia», ha osservato Guido Rosa, presidente dell’Aibe, l’associazione fra le banche estere in Italia. Il Bel Paese val bene un viaggio, ma assai meno un investimento. Anche questa è colpa dell’Europa e dell’euro oppure è tutta e solo colpa nostra?

A.V.