Quando la professionalità paga

Il delicato ruolo di recruiter.

Serietà, passione, determinazione, chiarezza. Sembrerebbe uno slogan, e per certi versi lo è, dato il “succo” dell’argomento di oggi, non si discosta molto dal concetto di pubblicità.
Le competenze sopra citate, com’è logico pensare, non sono scelte a caso. Si tratta infatti della “base”, lo zoccolo duro, sul quale la professionalità di un lavoratore viene costruita. Spirito di squadra, capacità comunicative, organizzazione, problem solving, ma anche competenze tecniche “ricercate” quali saper programmare, o disegnare in CAD, o saper parlare perfettamente 3 lingue straniere, creano solo un castello in aria se non possono poggiare su fondamenta dure, rocciose e (parola magica) affidabili.
Ed è proprio intorno a quest’ultima parola che gravita il mondo del lavoro oggi.
Imprenditori, manager, amministratori delegati, recruiter, sempre più spesso sono incentivati a “rinunciare” al super  tecnico, al quale in passato venivano fatti ponti d’oro, per indirizzarsi su candidati più affidabili, magari non operativi al cento per cento da subito ma più interessanti a lungo termine.
Certo, non sempre è facile verificare l’affidabilità di un candidato, ma per questo ci sono le società di ricerca e selezione: un recruiter non può considerarsi tale se non ha mai atteso vanamente il candidato mai arrivato all’ora stabilita, se non ha mai dovuto rasentare i limiti dello stalking per ricevere una risposta ad una mail, e l’elenco potrebbe durare a lungo.
Insomma un recruiter non è un’azienda ma ne è il tramite, e chi è affetto da “miopia intellettiva” non si rende ben conto di ciò.
Quindi il mio modesto consiglio è: se vi riconoscete fra quelli che si gustano l’immagine di chi sta guardando l’orologio contando i minuti del vostro ritardo, e giubilate nel lasciar cadere nel vuoto le sue telefonate, preparatevi a far le valigie, il mercato per voi è già ben bruciato.

di Marco Garbin

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