Lavoro, ma è davvero una necessità?

La querelle fra chi cerca e chi offre

Come spesso (o sempre?) accade ad un’azione segue una reazione. Lo insegna la fisica e lo conferma la vita. Così, a chi applaudiva alla lettera anonima pubblicata da La Nuova di Venezia e Mestre nella quale una ragazza puntava il dito contro le agenzie per il lavoro, il Corriere del Veneto ha recentemente “sbattuto in faccia” l’intervista all’imprenditore Cristiano Gaifa, nella quale il proprietario e fondatore della catena di ristoranti giapponesi fusion “Zushi” lamenta la scarsa disponibilità al (o necessità di) lavoro dei giovani.
Il problema, secondo Gaifa, sembra riguardare maggiormente i ventenni italiani, colloquiati solitamente per le posizioni di cameriere/a presso uno dei 21 locali sparsi nel Nord Italia, ma anche per posizioni di Direttore e Vice Direttore di negozio.

Nel 30% dei casi non si presentano ai colloqui di lavoro senza neanche avvisare, e molti sono stati i casi in cui, una volta selezionati, i candidati hanno “ben pensato”  di non presentarsi il primo giorno di lavoro. Un’esperienza che ha portato l’imprenditore veronese a farsi una domanda: ma i giovani italiani hanno bisogno di lavorare? La risposta che Gaifa si è dato è: in molti casi no, probabilmente perché godono del benessere dato dalla famiglia.
Conclusioni non certo facili da digerire per chi ogni giorno cerca un lavoro sul serio e che, magari, ha una famiglia che versa in condizioni economiche difficili.
Ma, da specialista nel settore, posso confermare che l’approccio al mercato del lavoro di molti giovani (considerando la fascia di età fra i 18 ed i 30 anni) sia piuttosto superficiale.
Già in passato infatti ho trattato dell’argomento sulle pagine de Il Sestante News (http://www.ilsestantenews.it/lavoro/la-professionalita-paga/), sottolineando come l’abitudine scarsamente professionale di mancare al colloquio purtroppo sia una nuda e cruda realtà.
Senza ovviamente giudicare questo tipo di comportamenti (mi sembra superfluo) proviamo a ipotizzarne le cause, di modo da correre ai ripari quanto prima.
A mio avviso una buona dose di “colpe” è da imputare al sistema scuola, da troppo tempo “scollegato” dal mondo del lavoro (come tra l’altro ribadito dal recente rapporto dell’OSCE). I ragazzi non associano il percorso scolastico a quello professionale e, di conseguenza, usciti da scuola si ritrovano in uno stato di confusione che si associa spesso ad una visione distorta del mondo del lavoro. E’ francamente impensabile domandare ad un ragazzi di oggi “cosa vuoi fare dopo la scuola” e aspettarsi una risposta doviziosa di particolari, in quanto la minima consapevolezza  delle caratteristiche che contraddistinguono una mansione dall’altra è per lo più assente. L’orientamento di questi ragazzi è in molti casi inesistente e le famiglie spesso non aiutano. Sono infatti poche le famiglie che investono in un percorso di orientamento scolastico e professionale degno di questo nome, delegando (superficialmente) il compito alla scuola.
Passando poi ad un altro tema importante, quello della responsabilizzazione, spesso gli stessi genitori non motivano i loro ragazzi a rendersi autonomi, o lo fanno con convinzione talmente scarsa da rendere agli occhi dei loro figli il tentativo alquanto inutile.
Un altro importante aspetto è la precarizzazione del mercato del lavoro. Gli strumenti messi in campo dai vari governi per rendere più “semplice” l’assunzione ed il licenziamento del personale hanno gioco forza dato adito alle aziende di “abusarne”, aumentando la sensazione nei giovani (quasi esclusivi destinatari di tali strumenti) di un mercato del lavoro di bassa qualità, senza prospettive e quindi sul quale non investire più di tanto.
Il panorama quindi merita una profonda riflessione che parta dalle istituzioni, passi dalle famiglie e termini nelle aziende. L’augurio è che, davanti ad un giovane candidato con idee chiare e buona volontà, il potenziale datore di lavoro ci riveda un po’ suo figlio e, prima di pensare alla “propria tasca”, faccia un esame di coscienza.

Marco Garbin