Medicina, caos consulenze in campo l’Anticorruzione

Il caso riguarda i camici bianchi che hanno un contratto esclusivo con il pubblico. Il Bo autorizza le prestazioni esterne, Palazzo Balbi si oppone e scrive a Cantone

Università e Regione in rotta di collisione sul versante “sensibile” delle consulenze esterne, a soggetti pubblici e privati, dai docenti dell’ateneo. Una questione urticante che a breve vedrà in campo un terzo soggetto, l’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, chiamata in causa dalla direzione della sanità del Veneto perché chiarisca, in via definitiva, la liceità dei comportamenti in atto a Padova.

Il fenomeno investe varie facoltà – in particolare il polo scientifico e tecnologico, gli economisti, la scuola di Diritto – nell’occasione, tuttavia, ad alimentare la disputa è Medicina e Chirurgia perché molti camici bianchi abbinano la cattedra all’attività istituzionale in Azienda ospedaliera, rientrando così nella longa manus della direzione sanitaria di Palazzo Balbi.

Qual è il punto? Svariati universitari, che pure hanno optato per il tempo pieno in corsia – evitando così il taglio stipendiale del 50% riservata al part time – esercitano abitualmente consulenze a terzi (istituti, enti, laboratori, policlinici, case di cura, aziende) sebbene sprovvisti di partita Iva. Alcuni si limitano ad atti d’ufficio (le perizie legali disposte dai magistrati) o a prestazioni gratuite, altri invece raggranellano un pingue reddito “supplementare” – gli introiti, a volte, ammontano a centinaia di migliaia di euro annuali – e, particolare preoccupante, si espongono a potenziali opacità e conflitti d’interesse.

L’esempio del farmacologo che “assiste” una casa produttrice di medicinali è solo il più plateale, l’interrogativo di fondo investe la correttezza dell’operato a fronte del contratto di esclusiva sottoscritto con il welfare pubblico e compensato con circa 830 euro (lordi) mensili. Inaccettabili, secondo il top manager della sanità zaiana, Domenico Mantoan, che cita a riguardo il divieto prefigurato nel 2010 dalla “legge Gelmini” e rafforzato in seguito dal ministro Profumo; leciti, purché corredati da una documentazione che escluda conflitti d’interesse o violazioni del codice etico vigente, ribatte l’università. Contrapposte, le motivazioni.

Laddove il rettore Rosario Rizzuto, attraverso più circolari, circoscrive ma rivendica l’autonomia statutaria dell’ateneo citando il dettato ministeriale; mentre l’amministrazione regionale rimarca la prevalenza della legislazione nazionale e sottolinea la bocciatura riservata dal Tar e dal giudice civile alla gran parte dei ricorsi avanzati dai “consulenti” insoddisfatti.

Del capitolo consulenze si è occupata di recente la stessa Scuola presieduta da Mario Plebani, nel corso di una conferenza al Giustiniani che, pur affrontando varie fattispecie, non ha sciolto completamente i dubbi formulati dai medici-docenti. Ad oggi Venezia e Padova mantengono convinzioni difformi e, visti vani i colloqui e gli scambi epistolari intercorsi, la prima ha deciso di rivolgersi al presidente dell’Anac. Tra i due litiganti, sarà dell’onnipresente Cantone l’ultima parola.

E.P.