Non basta timbrare il cartellino

Una recente sentenza della Cassazione Civile, sezione lavoro, la numero 25570 del 14 dicembre 2016, ha ripreso una tematica della quale si parla spesso: la fraudolenta timbratura del cartellino da parte dei dipendenti, pubblici o privati.

Nell’immaginario comune, infatti, i cosiddetti “furbetti del cartellino”, che timbrano pur non essendo al lavoro o fanno obliterare il proprio cartellino da terzi restando assenti, sono l’emblema dei comportamenti negativi sul posto di lavoro da parte di alcuni dipendenti.

La riforma voluta dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta aveva introdotto il reato di falsa attestazione o certificazione della presenza in servizio, punito con la reclusione da uno a cinque anni e la multa da 400 a 1600 euro, e, inoltre, aveva previsto gli stessi fatti come giusta causa di licenziamento senza preavviso. La cosiddetta Riforma Madia, d.lgs. 20 giugno 2016, n. 116, poi dichiarata in larga parte incostituzionale dalla Consulta con la sentenza 251/2016, aveva ritoccato la relativa disciplina.

L’occasione per tornare sull’argomento viene fornita stavolta da un procedimento giuslavoristico, all’esito del quale la Suprema Corte ricorda che, perché la timbratura in entrata e in uscita sia considerata reale ai sensi dell’art. 55 quater comma 1 lett. a) del d.lgs. 165/2001, non è sufficiente la mera registrazione effettuata dai macchinari, ma è necessario verificare anche l’effettiva permanenza in ufficio del lavoratore.

A prescindere a quanto deciderà il nuovo governo in merito alla legge delega dichiarata incostituzionale, la giurisprudenza stabilisce intanto un punto fermo rispetto alle disposizioni già in vigore.

 

Stefano Chiaromanni, Avvocato del Foro di Venezia