Perfezionismo: le due facce della medaglia

Nel mondo del lavoro sono molte le caratteristiche desiderabili (e ancor più sono quelle indesiderabili) che un futuro collaboratore dovrebbe avere.
Basta guardare un annuncio per farne una collezione: proattività; capacità di problem solving; ambizione; resistenza allo stress e via discorrendo.
Il perfezionismo, specie in chi per lavoro avrà mansioni organizzative, di controllo o amministrativo-contabili tende a rappresentare un buon asso nella manica, ma esiste un “ma” al quale i recruiter (e non solo) dovrebbero prestare molta attenzione.

Come rilevato dai ricercatori della York Saint John University il perfezionismo, se mal gestito, è un lasciapassare per il burn-out.
Comparando i risultati di 43 studi sull’argomento gli studiosi inglesi hanno individuato (definendone i confini) tendenze perfezioniste “positive”, che spingono l’individuo al miglioramento personale e alla definizione di standard sempre più elevati, e “negative” capaci invece di innescare circoli viziosi fatti di preoccupazione, dubbi, stress.
Gli outcome in molti casi sarebbero depressione, stanchezza, insonnia, disturbi alimentari e come accennato il burn out.

Ma il colpevole non è mai uno: ad alimentare questo fenomeno sarebbero gli ambienti lavorativi che basano la valutazione dei loro dipendenti sui risultati, sottovalutando l’impegno profuso, o che reputano l’errore un fallimento e non un’opportunità di miglioramento, e tutti quegli ambienti in cui gli obiettivi non sono realistici o non vengono concordati con chi poi dovrà raggiungerli.

Marco Garbin