Il pignoramento degli animali domestici

Ha avuto ampia eco nei giornali, in rete e nei media in genere la vicenda del barboncino che, a San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, è stato pignorato e poi venduto all’asta, per saldare un debito del suo precedente “padrone”.

La questione, fino a pochi anni fa, neppure si sarebbe posta in questi termini.

Sotto il profilo civilistico, infatti, gli animali sono considerabili “cose” e, precisamente, beni mobili. Si definiscono, infatti, beni mobili, ai sensi dell’art. 812 c.c., in via residuale, tutti i beni, cioè le cose che possano formare oggetto di diritto, ma che non siano immobili.

La conseguenza automatica sarebbe la piena pignorabilità del bene ai fini della vendita per soddisfarsi sul ricavato.

Sennonché, l’articolo 77 della recente legge 221/2015 modifica l’articolo 514 del codice di procedura civile in modo restrittivo. Introduce, infatti, due nuovi commi contenenti ulteriori ipotesi di esclusione della pignorabilità.

In sintesi, vi si afferma che non sono pignorabili gli animali di affezione o da compagnia e quelli utilizzati a fini terapeutici o assistenziali. Ciò vale non solo per i cani, ma anche per i gatti, per i pappagalli e per tutti gli altri animali, totalmente a prescindere dal loro valore.

Ma allora perché, nell’episodio di  San Giuliano Terme, il barboncino è stato ugualmente pignorato e venduto all’asta? Il discrimine è stato individuato dal Legislatore nelle finalità per cui l’animale viene tenuto dal proprietario.

Gli animali da compagnia risultano impignorabili. Viceversa, se l’animale è stato tenuto o allevato per fini produttivi, alimentari o commerciali, esso continua a poter essere sottoposto a pignoramento, in quanto si presume che lo scopo commerciale e il conseguente valore economico prevalgano sull’aspetto affettivo. Anche nell’episodio già segnalato, infatti, il barboncino era stato allevato dal padrone per essere venduto e non per fargli compagnia.

Stefano Chiaromanni, Avvocato del Foro di Venezia