Poletti controcorrente: l’etica della raccomandazione per trovare lavoro

Poletti ha ragione! Anzitutto, è il solito cattivo giornalismo a riportare solo una parte della frase detta dal Ministro. Ancor peggio fanno i politici che gli si oppongono a riferirsi a quella singola frase anziché approfondire un discorso importante sul come selezionare il personale.

Al proposito ci possono essere due modi di vedere le cose. Il primo è di tipo burocratico: si valutano i titoli di studio che hanno valore legale (ma non sempre corrispondono al merito), le condizioni di famiglia (altro punteggio), eventualmente il numero di pubblicazioni (ma la qualità e la pertinenza?), le esperienze e altri parametri da cui si pretende di ricavare un giudizio oggettivo. Questo sistema può andare bene per assumere personale generico in una grande fabbrica o in grandi organizzazioni dove il lavoro è spersonalizzato e praticamente individuale. Un mercato degli schiavi o il posto fisso di Checco Zalone. Il vecchio sindacalismo sosteneva questo sistema rigido senza battersi per la dignità del lavoratore che oggi deve presentarsi al datore con l’orgoglio di avere qualcosa di utile da offrire e non come un questuante.

Un secondo punto di vista è confrontarsi con i potenziali lavoratori per valutare l’interesse reciproco delle parti: se la persona è adatta all’azienda, ufficio, scuola, banca; e se l’azienda è adatta alla persona. L’utile metafora del calcetto si applica a questo secondo metodo. Il sistema della “raccomandazione”, cioè di qualcuno (o di un’istituzione) che garantisce della preparazione, soprattutto quando si tratta di lavori di relazione e intellettualmente impegnativi, vale più di qualsiasi curriculum. La capacità di avere relazioni umane positive è oggi una necessità per gran parte delle occupazioni.
Per essere assunti in un posto di lavoro professionale si dovrebbero esibire lettere di raccomandazione da parte di coloro con cui si è lavorato o studiato in precedenza: queste lettere, ampiamente articolate, sostengono la candidatura, ma descrivono anche i punti deboli al fine di tutelarsi dall’eventuale fallimento del candidato. Se costui delude, la brutta figura ricade anche su chi l’aveva “raccomandato”. Inoltre si fanno lunghi colloqui e si pratica un po’ di vita sociale per conoscersi meglio. Su questo sistema si basano gran parte delle selezioni del personale negli Stati Uniti e in altri paesi. Ma di fatto è così anche in Italia sebbene la paura della corruzione renda il sistema ancor più corrotto perché si è costretti a falsificare procedure presunte oggettive. Favoritismi ci sono anche oltre Oceano, ma sono limitati dalla responsabilità personale che si prende chi assume e dalla catena delle referenze che ti portano a una data posizione.

La capacità di sapersi relazionare con il prossimo è un valore fondamentale: questo intendeva dire Poletti, non altro. L’avesse detto Steve Jobs, ne saremmo rimasti ammirati. Se si pensa in questi termini, anziché intendere l’essere umano un ingranaggio della catena di montaggio il più possibile disumanizzato com’era l’ideale razional-modernista taylorista-fordista, la società ottiene un ulteriore vantaggio: si insegna alle persone a come comportarsi civilmente e non solo a cosa sapere fare.

Infine, sappiamo bene che, se si pretende di basarsi solo sul c.v. (sugli abominevoli punteggi invocati dai sindacati), le organizzazioni non funzionano. Se qualcuno vuole farle funzionare, si adopera per evitare i lacci e lacciuoli della burocrazia. E se qualcuno vuole favorire altri indebitamente, lo farà comunque anche se formalmente si riferirà al freddo c.v.

Quindi bravo Poletti! Anch’io avrei detto ai ragazzi: “Giocate (metaforicamente) a calcetto (magari datevi da fare per organizzare le partite), frequentate le associazioni (e date una mano nella gestione), partecipate alla vita civile e naturalmente studiate bene e a fondo. Ma se restate chiusi in una camera a studiare, saprete tutto (forse), ma non saprete vivere. Nemmeno lavorare”.