E se Renzi avesse stravinto?

UN'ANALISI NON SCONTATA DEL VOTO REFERENDARIO

A favore del Sì c’era soprattutto la possibilità di rompere l’inerzia dell’immobilismo e innescare il cambiamento. Inoltre di conservare il Governo attuale per un altro anno in modo da avere tempo di costruire una maggioranza e un’opposizione coerenti in un Parlamento finalmente legittimato da una nuova legge elettorale.
Questa modesta e pressoché innocua riforma – incomprensibile dalla stragrande maggioranza degli elettori – è stata rigettata con motivazioni contingenti (politiche) ed emotive. Il referendum di fatto s’è trasformato in un Sì o un No sul Governo che comunque ha raccolto un consenso non irrilevante del 40%. Il Capo del Governo aveva ricevuto il mandato di riformare la Costituzione dal Presidente della Repubblica al momento dell’incarico. Ci si è impegnato in tutti i modi fino al sacrificio finale con coraggio e determinazione. A parte qualche furbata politica, ha dimostrato una freschezza e una trasparenza comunicative che non hanno precedenti in Italia. Alla fine, avendo personalizzato il voto, ha ottenuto da solo oltre il 40% dei voti, quasi tutti spendibili per presentarsi come candidato premier alla guida di una grande coalizione. Il 60% ha vinto insieme nell’essere “contro” per motivi diversi, più o meno nobili, ma non potrà mai presentarsi unito alle elezioni.
Qui finiscono gli elogi. La Costituzione recita che può essere riformata dal Parlamento in via definitiva con i 2/3 dei voti, altrimenti cittadini e parlamentari possono richiedere un referendum. Questa norma serve a incoraggiare i legislatori a approvare modifiche solo a larga maggioranza per evitare di fare discutere al popolo – ignaro del diritto – temi complessi. Ricordiamo che la Costituzione del ‘48 fu scritta e approvata senza alcun ricorso al voto popolare diretto che non era nemmeno previsto. La saggezza avrebbe richiesto di soprassedere alla riforma se non si fossero ottenuti quei 2/3. Tanto più che il Parlamento in carica, pur legittimato dal principio della continuità delle istituzioni, è stato eletto con una legge dichiarata non costituzionale. Di conseguenza è poco rappresentativo in generale, ma in particolare lo è per varare una pur modesta Riforma Costituzionale. La dubbia rappresentatività di fatto del Parlamento è stata dimostrata dal voto del 4 dicembre. Questo deve fare pensare che la governabilità è un valore, ma senza un’adeguata rappresentanza non si va da nessuna parte. A meno che non si elimini la democrazia. La qual cosa sembra un’opzione oggi entrata nell’immaginario del popolo e vagheggiata da vari leader occidentali post-democratici che ritengono che si possa comandare senza opposizione, senza dialogo e senza contro-poteri.
Con questo continuo ad apprezzare la coerenza e il coraggio del Primo Ministro. Le sue leali e pronte dimissioni potrebbero essere il trampolino di lancio per una leadership legittimata dalle elezioni. Allo stesso tempo comprendo il No politico delle opposizioni, mentre ho molti dubbi sul comportamento di chi aveva votato la riforma e poi l’ha affossata nel referendum per motivi personali o pretestuosi.
Un motivo di soddisfazione per la vittoria del No lo si può trovare nella bocciatura di una riforma che ancor più di quelle precedenti (firmate anche dalla Lega) riduceva l’autonomia delle Regioni. Ora può essere ripreso con maggior vigore il discorso istituzionale dell’autonomia collegato a nuove forme di rappresentanza e ad aggregazioni politiche inedite.

Corrado Poli