Ripresa si. Dovremo stringere un po’ i denti ma è a portata di mano

Intervista a Giorgio Brunetti esperto mondiale di finanza sul Veneto.

Professore come sarà il 2017 per l’economia veneta? «Fare previsioni è sempre un compito ingrato perché in una economia aperta, come la nostra, molteplici e difficilmente prevedibili sono i fattori che determinano l’andamento economico. Lo scenario è sempre dominato da quattro tendenze, individuate già alla fine del 2014, ovvero lenta crescita globale, ridotto prezzo del petrolio, tassi di interesse ai minimi storici e cambio dell’euro debole, che dovrebbero valere anche per il 2017 tanto che Confindustria stima che il PIL nazionale esca dalla trappola dello “zero virgola”. Dovrebbero manifestarsi con maggior intensità gli effetti delle riforme, sebbene i due elementi di freno alla crescita della nostra economia continuino ad essere la pressione fiscale e la burocrazia. Così sarà anche per il Veneto, con un andamento del PIL che si prevede superiore a quello nazionale».

Più lavoro, specie per i giovani? «Certo, dovrebbe esserci più lavoro, ma non sufficiente per incidere in modo significativo su giovani e meno giovani che lo cercano.

Siamo comunque, già ora, a livelli di disoccupazione molto più contenuti di quelli nazionali. Occorre pure tener conto che vi è una strisciante caduta dell’offerta di lavoro per il propagarsi della nuova tecnologia, quella digitale, che interconnette i processi produttivi e che riduce il ricorso al lavoro umano. Fra qualche decennio pochi mestieri, svolti attualmente, saranno ancora praticati».

Il Veneto può davvero decollare o c’è qualcosa che lo frena? «Il Veneto è una regione policentrica, ricca di storia, di bellezze naturali e di strutture di formazione e ricerca, nella quale perdura ancora lo spirito di impresa. Vi sono anche giovani capaci e intraprendenti che stanno lanciando start-up nella nuova manifattura e nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Il tutto con un limite che ci accompagna da sempre, quello della difficoltà di fare sistema anche perché manca un centro aggregante come può esser Milano per la Lombardia. Ma forse non è un limite dato che il Veneto continua ad essere una regione tra le più importanti in Europa dal punto di vista economico».

 

L’industria è una realtà sulla quale contare o le grandi famiglie venete si sono rifugiate nella finanza e nel terziario? «Sebbene la crisi abbia colpito pesantemente le imprese industriali, la manifattura continua ad avere nel Veneto una presenza significativa. Rappresenta un quarto del PIL e dell’occupazione. Solo l’edilizia continua a soffrire. Sono imprese a proprietà familiare, ma sono pure ben presenti imprese in mano a capitale straniero e a fondi di private equity, a seguito delle cessioni effettuate negli ultimi anni. Molte “grandi famiglie” si sono dissolte, come Marzotto. È un sistema industriale differenziato, caratterizzato da medie e piccole imprese, nel quale stanno realizzando buone performance quelle che hanno puntato sulla qualità, sulla ibridazione delle loro offerta con le nuove tecnologie e con il “sapere artigiano” e che operano in ambito non solo nazionale. Alcune medie imprese stanno entrando nel mondo della fabbrica 4.0, altre, specie di piccola dimensione operanti nel mercato locale, galleggiano. Le prospettive per questo sistema manifatturiero sono confortanti e dovrebbero segnare una ulteriore crescita, purché le imprese avviino i necessari investimenti, approfittando dei bassi tassi di interesse».

 L’export? «Il nostro export è un punto di forza, che ha consentito di rendere meno pesante la crisi. Siamo in grado di fabbricare prodotti di alta qualità che incontrano la domanda nonostante ci manchi la capacità di essere dei player mondiali nella distribuzione commerciale. Siamo grandi fornitori di IKEA, molti nostri marchi sono in mano ai francesi, mentre le fabbriche continuano ad operare nel Veneto».

 E il turismo? «Situazioni critiche che incombono, non solo sull’export, ma anche sul turismo, altro punto di forza del Veneto. Tuttavia, sebbene le prospettive anche per il 2017 siano buone, per fronteggiare la concorrenza occorre che il settore punti sul continuo miglioramento, investendo in professionalità e tecnologia affidandosi ad agenzie composte da professionisti riconosciuti non solo in Italia ma anche all’estero. La qualità paga sempre anche se può “costare” di più, ma il tutto viene ampiamente ripagato nel breve termine dai risultati e dall’aumento del fatturato. E questo non vale solo per il turismo ma per tutte le aziende. Ben vengano, dunque, realtà on demand gestite da professionisti di diversi settori e, cosa non da poco, le aziende devono ritrovare la loro comunicazione».

Gian Nicola Pittalis