Servono ancora le piste ciclabili?

Servono ancora le piste ciclabili? La risposta è Sì e molti “ma”. Ormai sono diffusissime in tutte le città, campagne e periferie, ma il più delle volte sono inutilizzate e mal tenute. Chi le ha (per così dire) progettate – di solito un burocratico geometra del Comune – andrebbe condannato per istigazione al suicidio. Chi le frequenta con la convinzione di essere al sicuro invece dovrebbe frequentare qualche centro di ascolto per chi ha tendenze autolesionistiche. La costruzione di pseudo piste ciclabili dovrebbe seguire e non precedere un’azione di ripensamento del traffico e di educazione stradale. Un’educazione stradale che prima di tutto andrebbe elaborata per chi le disegna e chi deve fare rispettare le regole. Altrimenti si aggiunge un manufatto – talora solo una riga per terra – all’ignoranza e ai cattivi comportamenti.

Gran parte delle piste ciclabili urbane (poco utilizzate) sono occupate da auto in sosta o “fermata”, ma i vigili stessi non ritengono questa infrazione davvero importante e nel migliore dei casi soprassiedono, perché talora le occupano loro stessi con i loro mezzi. Senza comunicazione ed educazione, le piste ciclabili non servono.

E non basta! Se qualche pista vecchia maniera può ancora essere utile, oggi per promuovere la mobilità ciclabile, si adottano provvedimenti diversi. Tra questi ci sono le cosiddette strade ciclabili, in cui, senza divieti e senza separazioni di sedi carrabili, si dà semplicemente la precedenza a pedoni e ciclisti. Insomma, le strade sono per ciclisti e pedoni e le auto sono “ospiti”. Per esempio, il sorpasso è vietato: anzi più che essere vietato è fuori luogo, maleducato e di fatto anche impossibile. Il concetto è che l’auto la si usa per motivi diversi, ma non per andare più veloci poiché la vita della città o del quartiere procede a un passo lento. Se poi a questo si aggiunge – con il tempo – un permesso di accesso alle sole auto e furgoni elettrici o a guida autonoma, la rivoluzione del traffico può gradualmente cominciare.

Esempi ce ne sono ovunque in Europa, ma non basta tentare di replicarli mettendo due segnali senza averne prima assimilato il funzionamento e averlo comunicato.
Non vale la pena enfatizzare segnali, barriere o istruzione per i guidatori. Bastano pochi aggiustamenti grafici e alcuni specifici accorgimenti. Il problema è che questi sono molto elaborati concettualmente da punto di vista della psicologia e della comunicazione, ma sono completamente trascurati e affidati con poca convinzione a dilettanti anziché a professionisti. Anche perché di professionisti del settore ce ne sono pochi.
Il progetto sarebbe quindi di creare “un programma di vie quiete” (o chiamiamole come vogliamo) che gradualmente servano a educare a un diverso uso degli spazi e dei mezzi, senza imporre divieti e reprimere comportamenti sbagliati, ma ormai da decenni assimilati.

Corrado Poli