Il condono che non serviva

Rubrica a cura dell’Avv. Stefano Artuso

“Sfuggire alle tasse è l’unica impresa intellettuale che offra ancora un premio”, diceva John Maynard Keynes. Considerato che, in Italia, le cifre dell’evasione annua oscillano tra i 110 ed i 150 miliardi di Euro, tale premio appare piuttosto elevato.

Ma non basta. Ciclicamente, pure il legislatore abdica al proprio dovere impositivo e, volgendosi con guardo pietoso agli evasori, rimette loro i debiti. E così il premio aumenta, si consolida e (soprattutto) diventa legittimo. Non serve rifarsi all’era Berlusconiana per trovare esempi di tale politica fiscale.

La famosa “pace fiscale”, neologismo del 2018 funzionale a celare il condono, che così non si può chiamare per non scandalizzare le anime belle pentastellate, va proprio in questa direzione. Lo Stato – che ha investito nell’assumere funzionari tributari, li ha formati, li ha stipendiati per controllare aziende e professionisti – rinuncia all’attività svolta ed ai risultati da essa portati, a fronte del pagamento (in cinque anni) della sola maggiore imposta.

E se sei in giudizio con il Fisco, il vantaggio può riguardare anche il tributo, riducendolo sino all’80%.

Altro che pace fiscale. Questo è sventolar bandiera bianca.

Ma quant’è il gettito atteso da tale manovra? Tre miliardi di Euro in quattro anni, ovvero neanche un miliardo all’anno (si veda l’audizione della Corte dei Conti al Senato sulla Manovra 2019). Per tale (irrisoria) cifra, lo Stato rinuncia alla propria potestà impositiva, tradisce il principio della capacità contributiva e scalfisce la funzione solidaristica del tributo.

 

Ma l’effetto più grave è quello che vedremo nel prossimo futuro. Con uno Stato così arrendevole e minato nella sua credibilità, il numero dei contribuenti che cercheranno di sfuggire al Fisco non potrà che aumentare. Il maggior gettito atteso rischia dunque di essere risucchiato dalle esternalità negative che una tale politica economica crea.

D’altronde, un altro condono arriverà e, anche quella volta, sarà l’ultimo (del penultimo).

Per gentile concessione di RepTv

Stefano Artuso