Il reddito di cittadinanza alla prova dei fatti (ovvero, perché non potrà funzionare)

Rubrica a cura dell’Avv. Stefano Artuso

Tranquilli, non è una nota contro il reddito di cittadinanza. È una nota che mette in dubbio la stessa fattibilità del reddito di cittadinanza. Direte che son scettico, malizioso, prevenuto, ma leggete un po’ qua.

Primo punto, i tempi. Il decreto-legge che dovrà regolamentare il RdC non c’è ancora. Circola una bozza, non sappiamo quanto attendibile e puntuale, ma assumiamo pure che sia la stessa che verrà pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Questa prevede che le domande per il reddito di cittadinanza debbano essere presentate entro il mese di marzo; il contributo verrebbe erogato ai soggetti beneficiari a partire dal successivo mese di aprile, mediante distribuzione di carte-bancomat.

Quindi, da qui ai prossimi tre mesi – ed in particolare, tra i mesi di marzo ed aprile – la “macchina pubblica” dovrebbe (a) predisporre i moduli di domanda, (b) attivare i canali di distribuzione/ricezione, (c) sottoporre a controlli e verifiche le domande presentate, (d) calcolare il contributo spettante a ciascun richiedente o a ciascun nucleo familiare, (e) stampare e distribuire le carte bancomat che dovranno essere utilizzate per poter beneficiare del contributo.

E su chi graveranno i compiti più ingrati, ovvero controllare le domande presentate e stampare le carte bancomat? Rispettivamente sull’Inps (che, sulla base della bozza di decreto, avrà ben cinque giorni per verificare le domande!) e su Poste Italiane.

Se qualcosa non dovesse funzionare – e, alla luce della cronotabella ipotizzata, ciò è assai probabile – i due capri espiatori li possiamo immaginare. Senza nemmeno troppa fantasia.

Secondo punto, i centri per l’impiego ed il loro funzionamento. Sappiamo che il lavoratore dovrà accettare almeno una delle tre proposte di lavoro che gli verranno offerte, pena la decadenza dal beneficio.

Anche volendo ammettere che tutto parta per il meglio, che Inps e Poste Italiane realizzino un miracolo, sarà interessante capire come i Centri per l’Impiego riusciranno a proporre a ciascun beneficiario almeno un’offerta di lavoro “congrua” nei primi sei mesi di percezione del reddito di cittadinanza.

I Centri per l’Impiego (le cui percentuali di collocamento attualmente oscillano tra il 2,2 e il 3,2%) stanno operando su base provinciale, con piattaforme riferite a quel bacino. Per risultare compatibili col reddito di cittadinanza, tali piattaforme dovranno essere messe in rete a livello regionale e dialogare con quella dell’agenzia nazionale e con gli altri soggetti coinvolti.

Dunque, un organo pressoché inattivo dovrebbe di colpo svegliarsi, convertire i propri sistemi informatici, rendendoli compatibili col mondo esterno, cambiare tutte le procedure e macinar pratiche a più non posso. Ma a chi spetterà tale compito? Alle Regioni, ovviamente, le quali mai sono state coinvolte nei lavori preparatori al decreto legge (il cui testo, non a caso, mai nomina le Regioni).

Insomma, coperture a parte, i nodi da sciogliere sono tutt’altro che banali.

Una soluzione più semplice, lineare e rapida ci sarebbe stata: potenziare il reddito di inclusione di Gentiliana memoria. Ma, in quanto tale, anch’esso è stato asfaltato dalla damnatio memoriae  gialloverde.

 

Stefano Artuso