La definizione agevolata dei contenziosi tributari

Rubrica a cura di Stefano Artuso

L’ultimo rapporto trimestrale sul contenzioso tributario, pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, stima in oltre 400.000 le cause pendenti avanti alla Giurisdizione tributaria di merito.

Nel primo trimestre 2018, quasi sessantamila sono stati i nuovi procedimenti iscritti a ruolo ed un numero superiore – di circa 7000 unità – sono le sentenze emesse nello stesso periodo.

Quanto ai numeri, dunque, il sistema funziona: i procedimenti definiti sono maggiori di quelli iniziati.

 

Eppure, il processo tributario è connotato da un’alea elevata (molteplici sono le ragioni dei rischi connessi a tale fase giurisdizionale, non compendiabili in poche righe), dai tempi lunghi e, conseguentemente, dai costi elevati.

Può dunque essere una conveniente “via d’uscita” la misura contenuta nel Decreto legge fiscale n. 119/2018 (in corso di conversione alle Camere) che introduce, all’art. 6, la possibilità per il contribuente di definire i giudizi pendenti in misura agevolata, prevedendosi:

  1. in ogni caso, la cancellazione delle sanzioni e degli interessi collegati al tributo;
  2. in talune ipotesi, a seconda del grado di giudizio in cui la causa è pendente e degli esiti intermedi del giudizio, la riduzione dell’imposta.

La convenienza massima della misura in parola si ha nel caso della doppia conforme favorevole: laddove il contribuente abbia vinto sia in primo, sia in secondo grado, e la causa penda in Cassazione a seguito dell’impugnazione proposta dall’Agenzia delle Entrate, la controversia potrà essere definita pagando soltanto il 5% della maggiore imposta accertata.

Qualora, invece, il giudizio penda in primo grado e al 24 ottobre 2018 non sia ancora intervenuta una pronuncia di merito, il Contribuente potrà abbandonare il contenzioso, versando il 90% della maggiore imposta (cancellati gli interessi e le sanzioni collegate al tributo).

Qual è, dunque, il reale appeal di tale misura?

Il Governo stima che soltanto il 2,5% della maggiore imposta accertata venga definito con tale procedura; ciò garantirebbe, allo Stato, incassi pari a 500 Milioni in 5 anni.

Dal lato del Contribuente, le statistiche ci dicono che soltanto nel 46% dei casi gli atti impugnati in Commissione tributaria vengono da questa confermati; ciò significa che, nella maggioranza dei giudizi (il restante 54%), l’operato dell’Agenzia delle Entrate viene, in tutto o in parte, dichiarato illegittimo. E ciò costituirebbe una buona ragione per “resistere”.

Ma al di là dei freddi numeri statistici, anche per tale misura è essenziale compiere un’analisi dei rischi e dei benefici, valutando le possibili difese e quantificando – ancorché in via prognostica – l’effettivo “rischio-contenzioso”: il Contribuente dovrà ben ponderare se restare in un processo che dura sino a 10 anni e che può svolgersi in tre gradi di giudizio, oppure uscirne, pagando importi inferiori e con possibilità di dilazione sino a cinque anni.

Stefano Artuso