Aldo Capitanio: da Jan Van Eyck a Tex Willer

La Mostra “CAMISANO DISEGNA: dall’eredità di Aldo Capitanio ai nuovi talenti” (aperta dal 8 al 22 ottobre 2017) mi offre l’occasione di ricordare con alcuni stralci di una vecchia intervista il grande amico e soprattutto il grande artista Aldo Capitanio.

Sono stato amico di Aldo Capitanio per molti anni, praticamente dal gennaio del 1989 (ero giovanissimo, andavo ancora a scuola) al settembre del 2001 quando ci ha lasciati dopo una breve malattia. Solo scrivendo queste poche righe la mia mente è affollata di ricordi legati a questi due momenti e, lo ammetto, la tentazione di lasciarmi andare ad un “amarcord” è forte. Ma terrò duro perché in tutto il tempo che sta in mezzo a questi due “momenti” sono successe troppe cose per sperare di cavarmela in poche cartelle. Finirei per perdermi in mille ricordi che ne farebbero riaffiorare altri mille e via dicendo.

Dovrei raccontare qualche aneddoto sulla sua memoria prodigiosa, sulla sua cultura enciclopedica, decine di divertenti retroscena legati alla sua attività, di tanti progetti sui quali abbiamo speso mesi di lavoro e mai approdati a nulla, a quando gli feci conoscere Hugo Pratt a Malamocco e Romano Scarpa, delle nostre collaborazioni, di quello che mi ha insegnato, di quanto sono stato influenzato da lui nel modo di pensare, di prendere il mondo con divertito cinismo, o con cinismo e basta, di tante notti trascorse fuori dai bar a fumare e chiacchierare di fumetti e cinema e a ridere fino alle lacrime per le cose che ci venivano in mente, fino a quando ci si salutava e la gente già usciva di casa per andare a lavorare… troppi ricordi, per cui lasciamo perdere.

 

Aldo Capitanio era soprattutto un artista a 360° capace di dipingere come un pittore fiammingo al pari di Jan van Eyck o di disegnare fumetti ai livelli del miglior Harold Foster, tanto per citare due tra i suoi artisti preferiti. Quando le sue tavole di Tex arrivavano a Milano in via Buonarroti, era Sergio Bonelli a raccontarlo, la redazione tutta si precipitava ad ammirare i suoi disegni. Era un evento.

Non c’è stato solo Tex naturalmente, ma siamo su internet e a chi voglia conoscere la sua biografia basta digitare il suo nome su Google e fare una breve ricerca.

Lo stralcio di intervista che segue risale al 1989 ed è stata pubblicata integralmente lo stesso anno su Comix, una fanzine con la quale ho collaborato a lungo. In quel periodo Capitanio aveva appena iniziato a disegnare Nick Raider e il grande pubblico iniziava a conoscere il suo talento.

Aldo che cosa hai realizzato per il Giornalino? “Ho creato i primi lavori quasi “professionistici”. Si trattava di brevi episodi di genere diverso orientati poi verso il genere storico”

Quali sono stati i disegnatori che ti hanno più influenzato? “Più che influenzato direi “irretito” da Franco Caprioli, poi (più grandicello) Harold Foster e, infine, Toppi che non ho mai smesso di ammirare”

L’influsso di Toppi si nota nelle tue storie del Corsaro Nero. “Non era un deliberato tentativo di “imitare” Toppi, quanto un cercare attraverso le sue magistrali lezioni, di dare corpo al lato più spontaneo del mio stile senza rinunciare alla visione a tutto tondo di Foster”

Poi la Bonelli Editore. “Veramente prima sono passato per la Mondadori. Un salto notevole al quale mi sono adeguato lentamente ma con entusiasmo. Poi l’arrivo alla Bonelli con Nizzi che, recepita la lezione del cinema americano, fa di Nick Raider un fumetto a taglio cinematografico in cui lo stacco non è mai una necessità per contenere la vicenda nei limiti delle tavole disponibili”

Forse Nick Raider partiva svantaggiato rispetto a un DYD o un Martin Mystere perchè si muove in un ambiente già molto sfruttato. “Nick Raider appartiene alla categoria dei duri con il giusto equilibrio tra un ispettore Callagan e un Marlowe, senza la brutalità di un Mike Hammer. E’ a suo modo un poliziotto gentiluomo”

Ci puoi descrivere il tuo studio? “Una stanza molto grande, un tavolo sempre ingombro di scartoffie e due bellissime tavole di Gaudenzi per la Storia a fumetti di Enzo Biagi”.

Luca Pozza