Cocco Bill ne fa 60!

E spara ancora con un fumetto di Pollicelli e Salvagno

Il 28 marzo 2017 Cocco Bill, lo storico personaggio a fumetti creato dalla pirotecnica matita di Benito Franco Jacovitti compirà 60 anni di vita. Da quando il buon Jac è scomparso è stato il talentuoso Luca Salvagno, padovano, a raccogliere la pesante eredità artistica del Maestro e artista molisano (anche se romano di adozione) producendo oltre 100 tavole di avventure Coccobillesche che saranno a breve raccolte in un volume. L’abilità con la quale Salvagno è riuscito a riprodurre il segno (e lo “spirito”) di Jacovitti è sorprendente e l’occasione per ammirare tavole nuove di zecca è offerta dalla mini storia di Cocco Bill scritta da Giuseppe Pollicelli che sarà pubblicata sabato 18 febbraio nell’allegato “LETTURA” del Corriere della Sera.

Prima di cedere il passo a una sostanziosa intervista a Luca Salvagno, chiedo a Giuseppe Pollicelli (giornalista, regista, poeta, esperto di fumetti!) una breve nota sulla genesi della breve storia in edicola su “LETTURA”. “Quando mi sono reso conto che nel 2017 cadevano i sessant’anni dalla creazione di Cocco Bill ho chiesto a un redattore della Lettura (testata con cui, seppure sporadicamente, collaboro) se poteva interessargli una storia a fumetti che celebrasse la ricorrenza. Quando mi ha detto di sì (sulla “Lettura” c’è settimanalmente uno spazio fisso che ospita due tavole a fumetti) ho preso contatto con Luca Salvagno e gli ho proposto di disegnare la storia. Salvagno ha accettato, le sue bozze sono per fortuna piaciute molto al Corsera, e così abbiamo portato a termine il progetto. Quanto a me, nel poco spazio disponibile ho cercato di scrivere una sceneggiatura che desse conto nel modo più completo possibile delle caratteristiche e della ricchezza dell’universo jacovittiano. Spero di esserci riuscito. (Giuseppe Pollicelli)”


Luca Salvagno, che ricordi hai del tuo primo incontro con Cocco Bill da lettore? 
“I primi ricordi risalgono alla fine degli anni sessanta, quando Cocco Bill si trasferì, camomilla ed equino, sul Corriere dei Piccoli (dopo poco dei “Ragazzi”). Un inverno comparve la copertina di “Occhio di Pollo e i polli senz’occhio”, a rebus. Bella molto bella. Mi colpì. Ce l’ho ancora, ritagliata. All’epoca non si collezionavano “i giornaletti”, si immagazzinavano le piacevolezze, i tesori. E ancora, un’estate, dietro le capanne al mare, c’erano alcuni numeri (sempre del “Corrierino”) a disposizione di chi desiderasse prenderli, dentro i bidoni… hem! del “riciclaggio”. Altre belle cose… ma non era ancora “infatuazione” vera e propria. Ci pensò un albo deI Giorno dei Ragazzi (Cocco Bill contro Cocco Bill, del ’62) che nei primi anni settanta scovai tra i tesori dello zio Bepìn! Fu “festa granda” per molti anni. Ecco, quella storia fu la vera occasione “iniziatica” del mio amore per lo spassoso “Uèst” jacovittiano.  Forme, colori, dialoghi e situazioni da imprinting vero e proprio. Volevo essere Jacovitti e volevo vivere nei paraggi di Cocco Bill. Glielo scrissi nel settantadue (in brutta e bella copia)  ma non gli spedii mai la lettera, più o meno, definitiva. Boh! Forse, nel mio immaginario periferico e provinciale, pensavo che “Jac” vivesse su di un altro pianeta, o forse più banalmente la fanciullezza scorreva via senza troppi ripensamenti. Scrivergli era stato un desiderio fugace. Quasi magico.  Di sicuro definiva il mio modo di “stare” al mondo. Una conferma per tutti i circonvicini che volevo “fare i fumetti”. Decisione nata nell’estate del ’69, alla fine della prima elementare… ma questa è un’altra storia”.

Quando hai conosciuto personalmente Jacovitti? “A Roma, durante un incontro all’Eur che prevedeva la presenza di Jacovitti e Mordillo, nel ’94. Alla fine delle chiacchiere pubbliche quando si spostò, amabilmente divertito verso i suoi fans (era nato da pochissimo lo “Jacovitti Club”). Colabelli mi presentò. Fu l’occasione di fargli vedere alcune cose fatte appositamente… avevo ridisegnato la prima pagina di “Pippo e gli inglesi”. Il suo primo fumetto apparso nel ’40 su “Il Vittorioso”. Ovviamente modificandolo, come se lo stile (il suo del ’40) si fosse evoluto parallelamente ma mantenendo i canoni di quella prima, lontana esperienza grafica. Avevo realizzato con lo stesso metodo alcuni omaggi ad altre storie degli stessi anni. Volevo dimostrare tutto il mio affetto e l’ammirazione. Ricordo che il suo primo commento fu di ordine strettamente tecnico. Coinvolgendo gli altri presenti disse che “lui era abituato a ombreggiare usando un tratteggio prima verticale, poi nelle due direzioni diagonali e infine orizzontale”. Marcava una differenza sostanziale di identità e formazione. Il mio tratteggio seguiva inclinazioni spesso casuali”.

Come sei entrato nel suo Studio e in cosa consisteva la tua collaborazione? “La collaborazione è nata dalla sua impellente necessità di trovare un nuovo colorista che corrispondesse con molta precisione alle sue esigenze. Aveva molte tavole in lavorazione e il suo antico collaboratore, Alfonso Castellari (non ricordo bene e posso sbagliare), non c’era più. Ne aveva  provato altri ma non ne era soddisfatto. D’accordo con Edgardo Colabelli mi fece provare la colorazione di una copertina dello “Jacovitti magazine”, il numero otto, se non ricordo male. Mi permetto di far presente che all’epoca già pubblicavo professionalmente cose mie, anche del tutto diverse, da alcuni anni. Conoscevo bene moltissimi dei suoi lavori e avevo interiorizzato del tutto alcuni stilemi. Quindi non mi fu difficile diventare un suo colorista. Le prime tavole mi arrivavano tradizionalmente piene di indicazioni a matita che dovevo cancellare prima di poter colorare (sul retro del foglio con gli inchiostri colorati). Un vero lavoraccio, da fare al tavolo luminoso. Perlopiù nottetempo, visto le scadenze impellenti e gli altri lavori che dovevo portare avanti. Però lavorare per e con un “mito” così deliziosamente umano… dopo averlo sognato per moltissimi anni era molto appagante, al di là di ogni “fatica”. La cosa bella del rapporto lavorativo è che lui telefonava spesso (a ore spesso sorprendenti… prestissimo, tardissimo… ) e aveva la piacevole abitudine di raccontare quello che aveva disegnato, quello che stava disegnando e come avrebbe voluto far continuare la storia. La cosa che più lo preoccupava era lo spostamento delle tavole. Saperle in viaggio per l’Italia lo rendeva inquieto. Come lo capisco! La mia collaborazione fu questa. Colorare sul retro le sue tavole. Del suo modo di procedere va ricordata la cosa funzionalissima, ma che può far sorridere, di aver attribuito a ciascun colore (che lui usava d’abitudine) un numero specifico, più la variazione di tonalità (più scuro o più chiaro) indicata con un “+” o un “-“. L’unico colore che era indicato con una lettera era quello della pelle (l’incarnato) indicato con una “C”. Colore che non esisteva ma veniva ottenuto diluendo uno specifico marrone rossastro. La cosa sorprendente, che conferma la piena validità del suo operare, era che i colori in tutto non erano più di una quindicina! Essì che le sue tavole sono sempre sorprendenti, anche per il generale effetto di varietà e dinamicità dei colori. Più volte si è ripetuto, a ragione, che le sue pagine sono una vera “festa degli occhi”. Ma quanto è stato bravo!”

Dopo la scomparsa di Jacovitti ne sei diventato l’erede artistico su investitura della figlia Silvia. Cosa ricordi di quei momenti? “Furono momenti dolorosi e li ricordo in maniera frammentaria. Non solo per l’inattesa tragica notizia ma anche perché erano stati tempi di cambiamenti significativi. Anche se continuavo a vivere a Chioggia a settembre del ’97 mi ero licenziato dal lavoro come grafico/illustratore per entrare di ruolo come insegnante al Liceo Artistico dove avevo studiato (Venezia). La cattedra era a tempo pieno, quante ore! Continuava la mia collaborazione come fumettista con il MeRa (Padova) e speravo continuasse per mille anni la mia “collaborazione cromatica” con Franco (Jacovitti). Seppi del suo ictus proprio un lunedì sera di ritorno da Padova, avevo disegnato una serie di illustrazioni di critica alla guerra (una tragica gallina espressionista che non smetteva di deporre “uova/cranio”…). Franco rimase in coma per una settimana. A scuola mi fecero storie in segreteria perché chiesi un giorno di permesso per poter partecipare al funerale, perché non era un congiunto… in effetti, che ne sapevano che la “congiunzione” c’era eccome. Stima e affetto nutriti per anni e poi finalmente condivisi. Anche il funerale di Franco e Lilli furono particolari, piangemmo e ridemmo più e più volte.
Come non piangere? Perché non ridere? Con tutte le occasioni che ci aveva dato! Poi mi arrivò una telefonata da Silvia che mi propose di concludere le storie rimaste incomplete di Cocco Bill e poi, in un secondo momento, di provare a continuarne la serie. Seppi solo dopo alcuni anni che avrei continuato solo io a produrre tavole “coccobilleggianti”. All’inizio, probabilmente, pensavano di attribuire a uno staff la continuazione del personaggio. Si era parlato di una “Jac-school” anche anni prima, un po’ come per l’accademia Disney. Poi, in effetti non se ne fece niente. Quello che mi fece lavorare bene in questa esperienza fu la rassicurazione, da parte di Silvia, di aver il compito, non tanto di imitarne lo stile in senso assoluto ma di cercarne la “poetica”. Permettendomi anche variazioni di canoni e mutazioni di stilemi. Insomma… potevo sbagliare, fraintendere e modificare questo o quel dettaglio… rimanendo però in un contesto di narrazione dinamica, ricca, sorprendente e divertente. FìiiuuuuUU! Potevo lavorare convivendo serenamente con i miei errori e incapacità. Senza mai perdere il gusto di migliorare, anzi. Si poteva fare! Ho cercato di farlo per un bel po’ di pagine”.

Cosa significa questa ricorrenza per te e cosa vedi nel futuro di Cocco Bill? Possiamo aspettarci un suo rilancio? “È sempre una festa mettere i piedi nel “Mondo Jac”, una festa danzante, piena di ritmo e di cose che ballano qua e là! Dappertutto c’è qualcosa che si muove, che striscia, che sporge, che penzola, che saltella, che gocciola. Sembra un documentario comico di “Quark” (benedetti gli Angela e chi li ha fatti)! Tutte le situazioni si evolvono, le cose si incontrano e si relazionano. C’è un formicolare protuberante di corpi e cose. Di corpi che si possono rompere senza conseguenze e cose che possono prendere vita  con conseguenze inaspettate. Senza dubbio è una divertente sfida. Tecnica e immaginativa. Non si può chiedere di meglio a un lavoro! Più che attendere un rilancio io propenderei per una riaffermazione d’affetto. Penso che sia ora che lo stile Jac sia pensato e proposto al pubblico che ne apprezza il maggior numero di sfumature, il pubblico adulto. Ebbasta co’ ‘sti bambini frignoni, Uè! Uè! che vogliono solo ‘a plaistèsscionnn! Che ce ne facciamo di loro? Abbasso l’infanzia! Evviva l’adulterio!… ah, no… l’adulterità! No, adulterezza, posso dirlo? No, meglio se chiedo alla Crusca… ecco, mi suggeriscono “petadultoso”… ma che vorrà mai dire? Mah?!?”

So che hai qualche avventura speciale nel cassetto…“Eccome no! Ce l’ho da mesi. Per prepararmi all’anniversario ho scritto la sceneggiatura di un’avventura lunga 48 tavole. Il desiderio sarebbe quello di pubblicarle in albo. Dovrei cominciare a “metterci le mani” graficamente a estate iniziata. Prima ho altre urgenze narrative. In questa nuova avventura Cocco Bill avrà a che fare con una metropoli, dovrà abbandonare le beneamate praterie e ficcarsi dentro quartieri pullulanti di novità e sporcizia. Di prospettive neotecnologiche e affaracci loschi… tipacci brutali e eserciti della salvezza. Tutto farcito dalle brame dei nuovi possidenti. Vorrei metterci dentro anche qualche bella strizzatina d’occhio alle cose “steampunk” che tanto ci piacciono. Ma solo qualche strizzatina, le rutilanti trovate “alla Jac” saranno la base e la sostanza del tutto”.

Per concludere cosa puoi anticiparci sulla storia inedita scritta da Giuseppe Pollicelli? “Di sicuro posso anticiparvi che Zorry Kyd non vi comparirà neanche di straforo! Ennò, niente, nisba, nein! Il suo anniversario sarà l’anno prossimo (50 anni nel 2018). Essù da bravo, ti pare che mi metta a “spoilerare” a destra e a manca? In fondo son pur sempre due pagine?!? Giuseppe Pollicelli è capacino, lo sanno tutti. Ma quante trovate soprendenti vuoi che possa aver messo in due pagine? Così tante da poterne spifferare almeno un paio? No, molto garbatamente e professionalmente ha dosato con precisione (certosina) gli accadimenti e ha predisposto le indispensabili situazioni per rendere entusiasmanti anche due sole pagine (ebbràvo Giuseppe)! Che faccio,  ti anticipo che ci saranno dei salami? Sai la novità… Jacovitti è l’autore dei salami!!! Se non ci fossero il lettore si offenderebbe e sarebbe una gran bella delusione… eppure, eppure… mi sa che non vi dico niente e la finisco qui. Anzi no… grazie dell’attenzione!”

Luca Pozza