Dago: da schiavo bianco a giannizero nero

«E poi ti darò un nuovo nome per la tua nuova vita… vediamo… ti chiamerò… Dago… Sì! Splendido nome. Dopotutto, questa Daga è stata come una madre per te. Ti ha fatto nascere a nuova vita… ora non hai più un passato…»

Così nasce Dago, un tempo Cesare Renzi, veneziano. Un soldato che non voleva partire, un rinnegato conteso tra due mondi, un antieroe nato in Argentina ma che varca l’Oceano e la Laguna. Creatura di Robin Wood. Oggi ne parleremo con il suo “papà”, ma presto narreremo la sua storia. La storia di chi è nato due volte. Prima uomo libero e poi schiavo. La storia dei suoi amici e dei suoi nemici. La storia di chi, nella fantasia, dopo aver salvato la vita al Barbarossa, si permise di dire al Gran Visir: “Hai mai visto ragni velenosi in questo palazzo?”. Non finì la frase e gettò un pugno di terriccio contro Ibrahim che ebbe un sobbalzo e gridò. “No, il ragno……ma…….. è solo un po’ di terra….ti burli di me?”. Quindi Dago replicò. “No, ma pensa. Tu, Ibrahim, l’uomo più potente dell’impero ottomano, ti sei spaventato per un pugno di terra. Assurdo, vero? Io ero terra di fronte a Barbarossa, ma lui ha temuto che fossi un ragno velenoso e non ha voluto rischiare. Logico, no?” Dago si allontanò e ritornò negli alloggi provvisori all’interno del palazzo del Gran Visir che gli erano stati assegnati. Ibrahim chiamò un consigliere a cui fece una precisa richiesta. “Voglio che il rinnegato cristiano entri nella mia guardia personale di giannizzeri fin d’ora. Voglio sapere se è terra o ragno.” Questo è Dago e questo il suo creatore.

Quanta strada ha fatto Dago dalla sua prima apparizione in Nippur Mágnum Todo Color numero 1 di oltre 30 anni fa? Quanta strada ha invece fatto Robin Wood? “La strada di Dago è appena iniziata. È appena iniziata perché ogni giorno troviamo nuove cose. La fantasia è un cane che ti mangia vivo. Dago l’ho cominciato 36 fa, oggi io continuo, anzi continuiamo, a sentirlo come nuovo e come se fosse iniziato ieri. È iniziato ieri? Oggi lo faremo meglio. Abbiamo una gran passione per il personaggio. Questo è amore e Dago è un figlio. Un figlio un po’ troppo grande e cattivo, ma i figli non sono mai perfetti. Per quel che riguarda la mia carriera, scrivo, niente di più straordinario di quello. Lo faccio con piacere, tutti i giorni; quando non lavoro per tre o quattro giorni non mi sento bene, devo fare qualche cosa. Sono fortunato, ho trovato un lavoro che mi piace ogni giorno di più, amo il mio pubblico e senza il pubblico non esisto. Il pubblico mi ha fatto, non sono io ad aver fatto il pubblico. Per questo sono dedito a loro e faccio il mio meglio per essere degno di loro”.

A distanza di anni dalla nascita Dago continua ad avere numerosi fan in tutto il mondo e soprattutto in Italia; come mai secondo te?
“Semplice, Dago è umano. Non è un supereroe, non è un cattivo, è tutto questo insieme. Può essere un eroe e anche cattivo. Dago è un uomo cui piace, la sera, prendere un po’ di vino, prosciutto, pane e guardare il mare. Uno che s’innamora; un poco sì e un poco no; l’amore è una cosa personale di ogni uomo e ogni donna. Dago fondamentalmente è un uomo buono, ma può essere crudele, crudele contro un uomo crudele, mai contro uno che non si può difendere. Dago è famoso perché è umano, semplice, non c’è una ragione precisa”.

Come si riesce a mantenere vivo e attuale un personaggio dopo tanto tempo? “Io non penso mai quando scrivo, non so cosa vado a scrivere, non ne ho idea. Incomincio e penso: “Beh cosa faccio? Boh?!?” Pianificare, non esiste; la prima riga, quella esiste. “Il sole si è alzato… bla, bla… biondo… fuoco nel cielo…” e tre ore dopo è fatto. A mano, perché non scrivo con la macchina. Dopo sì, per fare la guida dei disegni e tutto il lavoro tecnico, allora uso il computer, ma la creazione non posso farla altrimenti. Ho provato con la vecchia macchina per scrivere, anche con il computer, anche con un registratore, ma non posso. Non va, ho bisogno della mano, della penna, della carta e quello è tutto.
Niente di più, niente di straordinario: semplice al 100%”.

Un personaggio dalla vita ultratrentennale come Dago, si può ancora considerare di fantasia? Se tu smettessi di scriverlo, Dago continuerebbe ad esistere? “Sì, continuerebbe ad esistere. Io morirò un giorno, ma Dago non rischia quello. Dago è una cultura umana. E’ un eroe senza essere un supereroe, solo un essere umano. La gente può capire quello che pensa, essere d’accordo o no, ma non è una cosa che non si può capire, che non si può giudicare. È un uomo di oggi, un uomo di ieri, un uomo di sempre”.

 

È moderno anche se vive le sue avventure nel mondo di seicento anni fa.
“Esatto, io ho letto le memorie di Benvenuto Cellini, amico di Dago e ho pensato: “Questo può essere scritto oggi”. La sua mentalità era la mentalità di un’epoca, ma era un uomo pensante, era un ribelle. L’uomo continua a essere uomo; le cose cambiano ma l’uomo è se stesso, non cambia. Cellini parlava, di donne, della festa, dell’avventura. Quello è un sogno di oggi, un sogno di sempre e qualcuno aveva il coraggio di cercarlo, trovarlo, viverlo. Dago non è Cellini; ad esempio Dago non cerca l’avventura. È l’avventura che va da lui, lui non è un cacciatore di donne, ma non dice mai no. Se una gli chiede di andare a letto lui risponde ”Se insisti, farò uno sforzo, ma va bene.””

Dall’Argentina a Venezia.
“Ma è così che incomincia la storia di Dago. Da Venezia a schiavo in Africa; come ha deciso di sopravvivere e come, per la brutalità dei barbareschi ha deciso, di andare ad aiutar gli altri. Da Veneziano a rinnegato, da rinnegato ad antieroe solitario. Una vita passata tra spade e duelli con un cuore grande ma chiuso in un cofanetto di piombo incatenato con cento lucchetti”

Le vicende di Dago s’intersecano spessissimo con eventi storici reali, eventi che tu a volte modifichi in modo da poter inserire il tuo personaggio nel miglior contesto possibile. Quanto è importante essere storicamente accurati in Dago? “La Storia è una cosa meravigliosa. Io sono fanatico della Storia, essa è straordinaria ma non tutti i fatti, se ben analizzati, risultano veritieri. Quando ho scritto di San Marino (“La Leggenda di San Marino”, storia scritta in occasione di Uchronia Comics) ho letto tutto a riguardo, ho studiato di documenti, letto libri etc. C’era una cosa che non mi chiudeva: l’ultimo combattimento di San Marino, quando è venuta tutta questa gente armata, che si credeva inviata dal vaticano. 1500 uomini di armi per attaccare San Marino e San Marino aspettava. Dopo hanno detto: “Era una notte di nebbia e gli eserciti non riuscivano a trovarsi tra loro”. E ho pensato: “Strano… nebbia”. Prima di tutto consideriamo la montagna. Quale esercito dell’epoca attaccava una fortezza in cima a una montagna di sera? Certo, può darsi. Ma c’era qualcosa di strano. Per quello ho deciso che i Sanmarinesi avevano battuto la gente mandata dal Papa; avevano vinto, e quindi bisognava decidere cosa fare. Ridicolizzare il Vaticano facendo sapere che il loro attacco non aveva avuto successo? No, ho ipotizzato che si fossero messi d’accordo.

E questo è solo l’inizio…

Gian Nicola Pittalis