Enrico Vanzini, l’ultimo sonderkommando

Storia dell'ultimo sopravvissuto al reparto più mortale dei campi di sterminio

<<Portavo una divisa. Era quella italiana; ero un artigliere. Ma un giorno me l’hanno buttata per terra, l’hanno bruciata e mi hanno messo addosso un pigiama a righe di tela, un berretto e due zoccoli di legno. Ero un soldato e ora mi chiedevo in che inferno ero finito. Ero arrivato a Dachau>>.

Inizia così il lungo racconto di Enrico Vanzini, “L’ultimo sonderkommando italiano” come recita il titolo del suo libro curato da Roberto Brumat, giornalista e regista del documentario che narra le vicende di quest’uomo, classe 1922, fatto prigioniero dopo l’8 settembre ’44 e deportato a Dachau. Il suo lavoro? Era un “sonderkommando”, termine usato nei campi di sterminio per indicare i gruppi di detenuti che si occupavano di pulire, tenere funzionanti, riempire e svuotare i forni crematori. Enrico Vanzini nasce Fagnano Olone in provincia di Varese, prende la quinta elementare e lavora in una fabbrica di falegnameria insieme a un amico il cui padre è proprietario della piccola impresa. Il papà di Enrico è un convinto antifascista, incita il figlio a scappare nelle campagne per non presentarsi ai raduni ma a 18, puntuale, arriva la chiamata alle armi. Un’appendicite forse gli salva la vita perché gli impedisce di partire per la campagna di Russia. Guarisce e, come artigliere motorizzato, viene mandato ad Atene. La vita in Grecia è per certi versi tranquilla; i partigiani sono nell’entroterra, nella capitale, presa grazie ai tedeschi gli italiani svolgono un ruolo di ordinaria amministrazione. Enrico non spara nemmeno un colpo.

Poi arriva l’8 settembre. Chi era alleato diventa nemico. Da eliminare. La delazione di una donna milanese segnala il rifugio di Enrico e due sue commilitoni e i tedeschi, meglio armati e più preparati bloccano la fuga. La resa o la morte. Dei suoi due amici Enrico non saprà più nulla. Gli ci sono voluti 60 anni per raccontare una storia che forse credeva di aver dimenticato e mai raccontata nemmeno alla moglie di Camposampiero sposata dopo la liberazione del campo ad opera degli americani e il suo ritorno in Italia, e ai figli. <<In un giorno tutto è cambiato – racconta – non ero un soldato o un uomo, ero il numero 123343, un tatuaggio che poi ho voluto togliere con il laser. Ho avuto tanta forza e tanta fortuna nei 7 mesi in cui sono stato rinchiuso nell’inferno – continua il sopravvissuto – . Mi sono aggrappato alla mia forza di volontà. Appena catturato sono stato sbattuto a forza su un treno merci con destinazione Monaco di Baviera. La sete a fine settembre era una maledizione ma non potevo pensare che avrei visto e subito di peggio. Ero un soldato alla fine, combattevo con loro e pensavo di essere trattato come tale. Mi sbagliavo. Sapevamo dei campi ma non dove erano o cosa effettivamente succedeva. Poi ho varcato il cancello di Dachau e ho capito. Le reti elettrificate, le torrette con le mitragliatrici, i cadaveri, le botte. Ho pensato che ero alla fine del mio viaggio>>.

7 mesi di inferno in cui sopravviveva chi era forte di costituzione. Enrico pesava 86 kg, quando uscì da quel cancello ne pesava 30. <<Il lavoro consisteva nel bruciare i cadaveri o pulire i viali e le cucine, a me è toccato il “sonderkommando”. Ero in coppia con un altro prigioniero. Mi dava sempre le spalle. Un giorno lo intravidi benedire i cadaveri. Mi spiegò che ebrei, cattolici, comunisti, in quel momento tutti meritavano una preghiera. Da quel giorno, di nascosto, iniziai anche io>>. Nel viaggio verso Dachau anche il lavoro in una fabbrica e un tentativo di fuga fallito. La paura della fucilazione evitata grazie all’intervento di un comandante italo tedesco che li fa passare come esperti in costruzione di armi. Sentenza cambiata. Destinazione: Buchenwald e poi Dachau. <<Forse era meglio un colpo di fucile, ora penso che sono sopravvissuto>>. 130 persone in una sola capanna, fame, sete, malattie, combattendo per non lanciarsi contro la rete elettrica resistendo in attesa di un momento migliore.

Ora Enrico gira per le scuole, tiene dibattiti e racconta ai ragazzi: <<Non rifarei la guerra. La malvagità dell’uomo io l’ho vista arrivare all’inimmaginabile. Pensate allo studio e agli affetti, non pensate alle guerre perché la guerra non farà mai vincitori. Tornassi indietro non vestirei una divisa ma mi sparerei per non partire soldato>>. Enrico il 29 gennaio scorso era andato da Napolitano a Roma per ricevere la sua medaglia d’onore. Era la riconoscenza diretta del Presidente. Ora il suo compito è raccontare, affinché gli errori del passato non gravino sul presente e aiutino il futuro.

A.V.