Intervista in esclusiva su Tex ad Alfredo Castelli, memoria storica della Sergio Bonelli Editore

Il Personaggio

Alfredo Castelli nasce a Milano il 26 giugno 1947. È considerato il primo fanzinaro italiano, essendo sua la rivista “Comics Club 104” che, nel 1966, inaugurò la feconda stagione delle pubblicazioni amatoriali nel nostro Paese. Già dall’anno precedente, giovanissimo, aveva iniziato a collaborare con gli editori di “Kolosso”. Nel 1967, scrive la sceneggiatura di episodi di “Rocky Rider”, “Pedrito El Drito” e “Piccola Eva” per la Casa editrice Universo; collabora poi a “Cucciolo” e “Tiramolla” e a “Topolino” della Mondadori. Nel 1969 crea il periodico umoristico “Tilt”; nel 1970 dà il via a “Horror”, per il quale scrive, oltre a decine di racconti autoconclusivi, la striscia di “Zio Boris”. Tra il 1971 e il 1973, lo vediamo attivo sul “Giornalino” e nel 1978, per il settimanale “Supergulp” della Mondadori, scrive le avventure di “Allan Quatermain”, un esploratore specializzato in archeologia misteriosa che fungerà  da base per Martin Mystère, personaggio che, nel 1980, con i disegni di Giancarlo Alessandrini, viene proposto a Sergio Bonelli, che lo pubblica dal 1982. Sempre per Bonelli, Castelli scrive episodi di Dylan Dog, Zagor, Mister No. Dopo la morte di Sergio, rimane la memoria storica della casa editrice e per il Sestante ci ha rilasciato in esclusiva un’intervista dedicata al famoso Ranger.

L’intervista

Il segreto della longevità di Tex in Italia e nel Mondo. Si è misurato con i miti del fumetti (molti ormai scomparsi) eppure cavalca ancora. «Non so se rispondere iniziando con il classico modo di dire “Fammi indovino che ti farò ricco” oppure ricordando che secondo la fisica il calabrone non potrebbe volare perché ha ali troppo piccole rispetto al suo corpo, eppure vola. L’asserzione viene spesso attribuita a Einstein; in realtà è dall’entomologo francese Antoine Magnan, il quale poi ammise di aver sbagliato i calcoli e che il calabrone non vola per miracolo, ma sostenuto dalle ali e metaforicamente dalla scienza. Lo stesso vale per Tex. Gli eroi del giorno d’oggi, del cinema, del fumetto, dei telefilm, sono sempre più complessi, combattuti, nevrotici, se non addirittura sociopatici. Tex è un personaggio tutto d’un pezzo, sicuro – beato lui ­– di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto e pronto ad agire di conseguenza. Quindi è un personaggio in controtendenza, e teoricamente non dovrebbe piacere a nessuno. Invece, come il calabrone, a suo modo vola, e, sempre come per il calabrone, se riesce a farlo non è per miracolo. Poco fa mi è sfuggito qualcosa di molto simile a un lapsus freudiano: un “beato lui” perché Tex riesce a discernere senza problemi ciò che va e ciò che non va fatto, caratteristica che di questi tempi sarebbe più che mai utile. Forse è questa straordinaria capacità ad affascinare i lettori e a farli sognare ancor più che di fronte ai superpoteri di Superman, in quanto teoricamente è più possibile del volo, della superforza o della vista a raggi X. Un’altra delle ragioni della fortuna di Tex è l’attenzione con cui a pubblicazione è seguita, attenzione di cui i lettori si rendono subliminalmente conto.

Senza sconvolgere l’opera di Bonelli e Galleppini, ognuna delle molte ristampe di Tex viene riveduta con la stessa cura che viene riservata a una storia nuova; non solo vengono eliminati gli eventuali refusi ancora rimasti nei testi, ma vengono attualizzate parole ed espressioni che negli anni ’50 erano comuni e ora sono desuete. Nei primi anni di produzione Tex era decisamente più popolare in Francia che in Italia; anche in quel paese le sue storie sono state spesso ristampate, ma senza alcuna revisione, e forse per questo il personaggio è stato quasi del tutto dimenticato. Qualcosa del genere è accaduto agli eroi – ragazzini di western come Capitan Miki o il Piccolo Sceriffo, per un lungo periodo molto di moda e molto più popolari del contemporaneo Tex,  ma successivamente trascurati fino al punto di perdere appeal. In certi casa un bravo editore e un bravo curatore – come per Tex sono stati Decio Canzio e ora è Mauro Boselli – sono importanti quasi quanto un autore».

Tra Italia e America

Tex è un western americano ma con forti radici italiane… «Esattamente, e questo può essere un altro punto a suo favore. Gian Luigi Bonelli, che si definiva “scrittore prestato al fumetto e mai restituito” nasceva infatti come autore di romanzi d’avventura, sulla scia di Salgari e, soprattutto, dei feuilleton francesi, con trame lunghe e articolate e personaggi ben definiti. Uno stile che trasferì nei suoi albi,  con abbondanti didascalie narrative e un ritmo mai convulso, in contrapposizione al fumetto western americano, caratterizzato da storie brevi e piuttosto semplici. Del resto Bonelli non elencava i fumetti tra i suoi ispiratori. Dal canto suo Aurelio Galleppini, che di Tex fu il primo illustratore, coniugava efficacemente lo stile di illustratori americani come Alex Raymond a un immaginario italiano, proponendo inizialmente veri e propri errori (fiaschi di vino nei saloon e vegetazione mediterranea) che però in qualche modo davano la tranquillizzante impressione di “muoversi in casa”. Forse la grandezza di Gian Luigi Bonelli e di Galep  consiste proprio nell’aver saputo fondere questi due mondi, in cui si immedesimavano perfettamente e di cui quindi riuscivano a trasmettere il feeling ai loro lettori».

 

L’eredità

Qual è la lezione che lascia oggi Tex Willer? «Riprendo la frase dell’inizio: “Fammi indovino che ti farà ricco”. Se si riuscisse a distillare l’ “Effetto Tex”, l’editoria a fumetti sarebbe gremita di best seller, ma pochi, per ora, ci sono riusciti. Sintetizzando direi che le condizioni necessarie (ma non sufficienti) sono la capacità degli autori di fare parte del proprio pubblico e non trattarlo dall’alto, e la cura editoriale del loro prodotto».

La curiosità

Un’ultima domanda, decisamente più futile. Come mai Kit Carson è invecchiato e Tex ha sempre una fluente chioma nera? «Dopo alcune incertezze iniziali, da almeno una ventina di anni Tex e comprimari si sono definitivamente cristallizzati in un’età che va dai circa vent’anni di Kit, ai trentacinque-quaranta di Tex, alla sessantina abbondante di Kit Carson. Da quel momento è scattata una sindrome opposta a quelle di invecchiamento precoce di Werner  o di Hutchinson-Guilford. La scienza  ha infatti appurato  che, con un numero relativamente basso di eccezioni , i rappresentanti della DFG (“Deep Fantasy Generation”, “Generazione della Fantasia Profonda”), ovvero i protagonisti di romanzi, fumetti e altri prodotti della fiction, invecchiano all’incirca quattro volte più lentamente degli esseri umani: quattro anni dei nostri corrispondono a soltanto un loro anno di vita. Per cui Tex & Co. sono invecchiati di soli 5 anni, il che giustifica il fatto che il ranger abbia mantenuto i suoi capelli neri, e Carson continui ovviamente a essere più vecchio di lui».

Gian Nicola Pittalis con la collaborazione di Alfredo Castelli

Immagini (c) Sergio Bonelli Editore