Ken Parker, un filosofo a fumetti

La storia o forse sarebbe meglio dire la sociologia del fumetto rimane per chi scrive un autentico mistero. Chi realizzava un fumetto non godeva di grande fama. I continui richiami alla fantasia erano tutt’altro che apprezzati dalle culture più o meno egemoniche. Da quella cattolica a quella di sinistra. Per non tacere della voglia di evadere o di esplorare realtà non ben definite. A meno che morali, contenuti ed esiti non fossero diciamo così di un certo “gusto”. A tal proposito, Umberto Eco non ha usato mezze misure. Saranno stati gli intellettuali – qui la parolona ci sta – sarà stata la diffusione di riviste altamente specializzate, sarà stato che in Italia ciò che in un decennio è metallo di bassa lega nel successivo si trasforma in platino (o viceversa), ma quasi in fretta e furia tutto è cambiato.

A discuterne con noi Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, i papà di Ken Parker. Anche se il primo, grande autore di fumetti, musicista ed esperto di romanzi polizieschi, oltre al cowboy creato in coppia con Milazzo (nel 1974, uscita nel 1977) il cui protagonista è tale e quale il Robert Redford di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, film di Sidney Pollack, è anche creatore di “Julia” la criminologa della Bonelli: una Audrey Hepburn meno sbarazzina.

Nel terzo millennio, “Ken Parker” è quasi un oggetto di culto. Le complicate vicende editoriali – una serie di case editrici tra cui “Parker editore” e di ristampe – ma soprattutto umane e psicologiche dello stesso protagonista, guida e cacciatore, contribuiscono a renderla una serie pressoché unica nella storia del fumetto. Un restringersi dei tempi della storia, un’ininterrotta richiesta di attenzione. Una prova selettiva, per chi legge. Le citazioni di personaggi veri e inventati che arricchiscono il fascino degli albi. E quel finale “oscuro” che non ha mai smesso di incuriosire lettori e appassionati di saghe western. Dici Ken Parker e non parli solo di fumetto o “letteratura disegnata”.

Berardi ha modi signorili, esperienza da vendere e molte cose da raccontare. Milazzo è un artista di sicuro carisma. Piemontese cresciuto professionalmente in Liguria nello studio “Bierrecì”. Disegna inizialmente il “mondo paperopolese”, poi approda alla Bonelli. Crea personaggi – Ken Parker su tutti, ovviamente – e si occupa anche di arte sacra, di Garibaldi su commissione della Farnesina per il bicentenario della nascita dell’eroe, e illustra su testi di Fabrizio Calzia un volume dedicato a Fabrizio De André.

Se posso chiedere: quanti anni di carriera avete?  Berardi:  “Io Quarantasei, Milazzo ha iniziato nel 1971″.

 

Berardi,  “Ken Parker” è un fumetto diverso dagli altri. “Ken Parker semplicemente ha attualizzato le storie. Cioè racconta la sua epoca. Un’epoca in cui i protagonisti erano pochi e tutti noi eravamo dei testimoni di ciò che avveniva o si decideva nelle alte sfere politiche ed economiche. Il mio personaggio è diventato un testimone che ha cercato dentro se stesso questi valori che non trovava più nella società, nelle leggi, nella politica”.

Milazzo, tu somigli un po’ a Ken Parker, nel disegnarlo ti sei ispirato anche a te stesso? “All’inizio era solo Robert Redford, poi come necessità di disegno spesso si guarda a se stessi. Forse il mascellone un po’ ce l’ho anch’io, ma io ho i baffi in più… Sì me l’hanno detto in molti che somiglio a Ken Parker. E mi hanno anche chiesto se ho preso da me stesso. Chi fa questo mestiere è un po’ narcisista, no? Ripeto, forse è la necessità di realizzazione che ci porta a guardare noi stessi attraverso la specchio”.

E della sua “scomparsa” cosa vuoi dirmi? “Vorrei dire innanzitutto di essere positivi. Nel senso che se uno conosce il personaggio sa che è un fumetto con una ferrea cronologia. Noi abbiamo lasciato nel ’98 Ken Parker sulla tomba di Ishi ed eravamo nel 1916. Questa storia si svolge nel 1908. Molti dicono: è morto! Noi non l’abbiamo lasciato con gli occhi chiusi, l’abbiamo lasciato ferito con gli occhi aperti. Bisogna vedere se daremo sequenzialità a questo personaggio – cioè io personalmente – o lo faranno altri come è avvenuto per altri personaggi ancora. Ho desiderio di fare cose nuove, come da qualche anno mi è capitato con Ettore Scola, con questo “Drago a forma di nuvola”, un film che lui non aveva realizzato dieci anni fa. Sto per approcciarmi alla seconda sceneggiatura che era rimasta nel cassetto. Questo è quello che mi aspetto dal futuro: nuove emozioni, nuovi incontri, senza perdere di vista le amicizie e ciò che, in qualche modo, mi ha aiutato ad essere me stesso”.

 

Berardi c’è un periodo decisivo per cui da quel momento in poi le professionalità sono cambiate? “Non ti saprei dire. Sicuramente è stato progressivo. Io però ho iniziato con le idee già molto chiare. Se tu leggi il primo numero di Ken Parker e la lettera di introduzione che ho scritto io, lì c’èra già un programma che in realtà seguo ancora oggi. Però, sai, io venivo dall’università, da un corso di studi, avevo probabilmente una consapevolezza maggiore di altri miei colleghi”.

Milazzo, com’è cambiata invece la professionalità del disegnatore? “Le professioni cambiano a seconda dei tempi e delle nuove tecnologie. Ed anche degli imprenditori che investono. Adesso c’è meno professionalità da parte chi imprende, c’è più improvvisazione. Spesso sono i grandi imprenditori ad affidarsi a editor e a manager che magari hanno studiato ma che devono gestire soldi altrui. Sergio Bonelli gestiva i suoi e decideva come voleva, su quello che doveva mantenere, su quello che non doveva mantenere, sulle cose su cui investire, eccetera. Questi grandi editori hanno bisogno di un ritorno economico dei loro investimenti. Purtroppo il mondo editoriale richiede un tempo di produzione che non è quello dei sei mesi. Per fare un volume a fumetti occorre un tempo che va da uno a due anni, forse anche più, non parliamo poi delle serie che richiedono tempi ancora più lunghi perché è cambiato il lettore ed è anche cambiato il tipo di serialità possibile. Un tempo si usciva una volta al mese, oggi è molto difficile tanto è vero che gli autori francesi spesso fanno un volume di quarantasei pagine all’anno. Chiaramente nessun autore può fare cento pagine al mese, può farlo una volta e basta…”

 

Berardi avresti mai immaginato che prima o poi un riconoscimento sarebbe arrivato? “Sono un artigiano. Ed è sicuramente la chiave di lettura del mio lavoro. Io non mi considero un artista, saranno gli altri semmai a deciderlo. Per quanto mi riguarda lavoro ancora coi ferri del mestiere, come un artigiano. Nel Sessantotto io c’ero. Sono uno di quelli che era per strada, ho preso le botte e un po’ le ho date, a Genova. Ne ho più prese però che date. E questo sicuramente mi ha aiutato ad avere idee più chiare. Mi ha aiutato a capire che volevo avere un ruolo nella vita, nel mio Paese, nella mia città. Dopodiché ho capito che piuttosto che andare in piazza con dei cartelli molto piccoli e dei bastoni molto grossi, era meglio stare a casa a leggere e a scrivere qualcosa che potesse arrivare non a dieci persone, ma a diecimila, centomila, duecentomila. Così è stato. Ho la fortuna di avere tanti lettori in tutto il mondo. “Ken Parker” è stato editato in sedici Paesi diversi, anche “Julia” ha una grande diffusione e tutt’ora continuo a raccontare le mie storie. Continuo a trovare gente come qui a Catania, città straordinariamente affettuosa, che mi accoglie con la simpatia e il sorriso del sud”.

 

Milazzo cosa dici riguardo al personaggio? Un personaggio o anche se vuoi un autore o un disegnatore che hanno cambiato il modo di approcciarsi al fumetto. “Sarò immodesto ma credo che Ken Parker sia quel personaggio. Insieme ad altri come Corto Maltese per esempio, ha dato sicuramente una svolta non solo al fumetto ma anche al modo di raccontare. Ken Parker ha eliminato le didascalie, ha eliminato i pensieri, ha creato una narrazione di tipo oggettivo anche molto vicina al cinema. Sono tutte cose che quarant’anni fa sembravano trascurabili, oggi sono state riprese, copiate. Hanno ispirato tanti autori. Insomma mi trovo papà di tanti giovani autori. E mi fa molto piacere”.

 

Berardi, chi sono i tuoi maestri? “I miei maestri vengono fondamentalmente dal cinema, perché io a quattro anni frequentavo già le sale. Mi portavano i miei genitori, avevo uno zio che faceva il proiezionista quindi entravo al cinema gratis, il che per un genovese non è una cosa da sottovalutare… Dopo ho scoperto i fumetti perché i fumetti erano il cinema fatto in casa, quindi mi permettevano di fantasticare senza muovermi. Poi naturalmente è venuta la letteratura, sono venuti i grandi classici americani, Hemingway, Hammett, Raymond Chandler. Tutti, li conosco tutti. E contemporaneamente ho cominciato ad apprezzare John Ford, Howard Hawks, Akira Kurosawa. Io vengo da lì, il mio stile è stato mutuato da migliaia e migliaia di visioni. Praticamente ogni giorno sono andato al cinema, per tantissimi anni. Adesso non vado più tanto spesso, ma ogni sera vedo un film con un dvd o ripasso qualche altra trasmissione. Il cinema insomma mi ha influenzato moltissimo”.

Gian Nicola Pittalis