La città extraterrestre

C’è qualche cosa nell’aria di Venezia che concilia il rilassamento…Qualche cosa di extraterrestre che alita sulla laguna e semina il sogno. Vi sarete accorti che nell’aria non c’è polvere, vero?”.  Così Giorgio De Chirico.

Il grande signore metafisico confida: “Credo che Venezia sia una città soprattutto dedicata dal Fato agli uomini eccezionali, incluso il sottoscritto”.

Sorprende e incanta Ivo Prandin con il suo libro 39 Venezie, edizioni Lineadacqua.

I grandi del Novecento raccontano la loro Venezia, un mosaico di meraviglie, inquietudini e sogni.

Si tratta della riedizione aggiornata di 38 Venezie, raccolta di interviste realizzate da Ivo Prandin per il Gazzettino, e che nel 1968 un editore raffinato e sapiente come Bino Rebellato decise di raccogliere in un volume.

Non pillole turistiche, ma un racconto polifonico, ha confessato l’autore. Infatti cinquant’anni dopo, il libro non è invecchiato, è un lievito madre che si rinnova. Opera aperta come la città lagunare, a volte emozionanti sliding doors su ciò che è stato e ciò che poteva essere. Blasonati interpreti del Novecento, interpellati magistralmente dall’autore sul significato di Venezia. Presentato il 4 novembre (data non banale, la memoria di tutti va all’acqua “granda”, quando la città, come Atlantide, fu sul punto di sprofondare) in una Querini Stampalia affollatissima, con brani letti dalla magnifica Ottavia Piccolo e interventi di Lorenzo Tomasin e Isabella Panfido.

Difficile estraniarsi dal racconto, non provare empatia, non rubare frasi e citazioni preziose.

Ecco il bellunese Dino Buzzati, genitori veneziani, la mamma nasce in Rio terà del Barba Frutariol, “è probabile che in nessun’altra parte del mondo si sia realizzata, in modo tanto intenso, geniale vasto e armonico, la pura fantasia dell’uomo. Forse soltanto il centro di Manhattan mi ha procurato un’emozione simile”.

Veneziano ardente e amantissimo, si dichiara il grande editore Arnoldo MondadoriVi torno periodicamente e rinnovo il godimento di tanta bellezza una cui parte, diciamo Piazza San Marco, può comperare un intero continente”. Confida che arriva a Venezia nel 1913, in viaggio di nozze, pieno d’amore e con pochissimi soldi in tasca, allora giovane tipografo. Con gli ultimi soldi rimasti, prende un vapore per l’austro-ungarica Trieste e si sente già all’estero.

Alberto Moravia, impegnato a presiedere al Lido la giuria internazionale cinematografica, tra un leone d’oro e un bagno con Dacia Maraini, confessa: Venezia ha un unico difetto: che è perfetta, capisce? Ha il difetto di tutte le perfezioni, delle opere d’arte. E’ il miraggio di se stessa, un miraggio che sta all’origine di un miraggio.

Anche Georges Simenon approda a Venezia: “è ben difficile rispondere alle sue domande, come se lei mi chiedesse perché si è innamorati di una donna…è forse la curvatura di un’anca per l’una o di un ponte per l’altra, Venezia, la luce negli occhi o in un canale”.

Da quarant’anni faccio dichiarazioni d’amore a Venezia ammette Diego Valeri, ma l’argomento è inesauribile, esemplare il racconto notturno con il campo dal selciato bagnato “vi erano riflesse le luci, forse anche quel tenue suono colorato che mandano le stelle”.

Emerge come da un’onda, l’amore – odio di Giuseppe Berto, oppure l’esperienza di bambino tutta sensoriale di Goffredo Parise: “mi colpì molto l’odore delle tavole dei pontili, d’estate, dopo che l’acqua di laguna si asciugava. Era l’odore di laguna ma assai composito: di mare al sole, di legno diventato salmastro, di corde e di ambra solare. L’odore della villeggiatura”.

E il grande Italo Calvino cosa racconta? “Nei progetti delle metropoli del futuro, si vede sempre più spesso apparire il modello veneziano…L’acqua avrà sempre più posto nella civiltà metropolitana: sarà la città meglio in grado di superare la crisi e di indicare con la propria esperienza nuovi sviluppi. Il mondo si riempirà di Venezie…canali navigabili, vie e canali per veicoli a cuscino d’aria, strade ferrate sotterranee o subacquee o sopraelevate”.

Giorgio Bassani che vince il Campiello nel 1968, confessa: Io sento il bisogno di demistificare Venezia, di spogliarla dal romanticismo decadente con il quale è sempre stata interpretata. Venezia come museo? Perché no? Venezia è già in parte museo e non vedo perché non dovrebbe esserlo”.

Da lettrice e giornalista mi soffermo su tre personaggi che ho avuto il privilegio di conoscere o intervistare. Lo scrittore veneziano e giornalista della Rai Carlo Della Corte: “Venezia, per me, è tutto il contrario di un luogo fantastico: è precisa, concreta, come nessun’altra città”.

Ruggero OrlandoIo ho parlato il dialetto veneziano fin da bambino…Venezia è stata la nostra villeggiatura più frequente negli anni del dopoguerra…” cita il bizantino e il gotico sul Canal Grande rammaricandosi che non vi abbia trovato posto anche Frank Lloyd Wright. Già, come sarebbe Venezia con Wright o Le Corbusier? Potenziale sliding doors.

L’indimenticabile polesano Gian Antonio Cibotto, così racconta Venezia “è la fantasia, cioè la sede dell’eterno imprevisto in mezzo alla poltiglia di una società che va sempre più facendosi piatta”. E poi aggiunge una considerazione che apre a infiniti confronti “Venezia deve agganciarsi alla terraferma. La repubblica è morta perché non si è addossata al suo entroterra e la politica aristocratica le è stata fatale. Le città non vivono di aria

E nemmeno di fuoco. Nel 1950 De Chirico organizza un’Antibiennale esponendo sue opere alla Canottieri Bucintoro. Scrive un articolo molto duro su un periodico, intitolato “Biennale a fuoco”. All’uscita del giornale, gli strilloni urlano il titolo in Piazza San Marco, e tutti accorrono allarmati per vedere l’incendio ai giardini.

Interpellato sulla grande paura del 4 Novembre 1966, così risponde il maestro: “Si deve conservarla com’è. Il cemento e il vetro adoperateli a Mestre. Se è indispensabile per evitare disastri, sbarrate il passo anche alle maree.

Plauso agli editori di Lineadacqua Federico Acerboni e Luca Zentilini, per aver ritrovato questo tesoro nascosto, cronaca inestimabile di una Venezia definita da Ivo Prandin “dogaressa e strega del nostro immaginario”.

Elisabetta Pasquettin