"Lo psicologo" risponde

Esperienza e conoscenza

Rubrica a cura dello psicologo Federico Battaglini

È convinzione diffusa che la consapevolezza, ovvero il tratto distintivo dell’esperienza umana, sia il risultato, sia per il singolo essere umano che per le intere culture, di una progressiva emancipazione da uno stato di indifferenziata fusione “cosmica”. L’esercizio della ragione – dal latino Rationem, da Ratus, part.pass. di Rèor determinare: con significato di tracciare limiti, confini – si attesta anzitutto come la facoltà di discriminare, dividere in parti, in oggetti, ciò che in origine fa tutt’uno con l’irrappresentabile totalità, la quale, a partire da quella fondamentale della nascita, va scomponendosi in una successione ininterrotta di esperienze. Esperienza è dunque anzitutto ciò che avviene tra – più ancora di essere ciò che avviene a– o per -, dato che tutto ciò che rappresenta una esperienza per un soggetto, rappresenta al contempo una esperienza di un oggetto. Ciascuna esperienza, per il fatto di accadere al limite tra l’interno e l’esterno, è sempre anche un’esperienza sulla – e della – “pelle” del soggetto; ed un soggetto che fa esperienza della propria “pelle”, oltre che dispiegando la mappa dell’ambiente va, col tempo, tracciando i propri confini, differenziandosi e individuandosi.

Potremmo dire quindi, riguardo all’identità, che la somma delle nostre esperienze rappresenti oltre che la nostra storia, anche la nostra “geografia”, dopotutto conosciamo di noi stessi solo ciò che è entrato in contatto con l’ambiente. La dimensione esperenziale (esperire = contattare il “fuori da sé”), costituendo uno spazio intermedio tra soggetto ed oggetto, stabilisce le condizioni necessarie all’avviamento del processo di individuazione di sé e di rappresentazione della realtà. Lo sviluppo della consapevolezza, in entrambi i casi, dipenderebbe proprio dal costituirsi di uno spazio di relazione (l’esperienza) in seno ad un continuum simbiotico, dall’interruzione, cioè, di quel fluire ininterrotto della vita che Freud, riferendosi al narcisismo primario, chiama “sensazione oceanica”.

Lou Andreas-Salomè, che nel 1911 approdò alla ricerca psico-analitica dopo l’incontro con Freud, in apertura alla sua originale autobiografia, sintetizza il suo pensiero sull’uomo come la ricerca della ricomposizione di quella terrificante frattura, creatasi nella coscienza, al suo emergere dalla primitiva partecipazione mistica all’onnipotenza dell’universo.

“(…) è indicativo: la nostra prima esperienza è una perdita. Poco prima eravamo un tutto, un’entità indivisibile, ogni forma di esistenza ci era inseparabile ed ecco che a un tratto, costretti a nascere, non diventiamo altro che una particella residua dell’essere la quale, da quel momento in poi, deve sforzarsi di non subire nuove limitazioni per conservarsi nel mondo sempre più vasto che le si arride dinanzi; quel mondo nel quale cadde dalla sua pienezza cosmica. Così, (…) il primo “ricordo”, come lo chiameremo più tardi, è nello stesso tempo uno shock, una delusione per aver perduto ciò che non c’è più e insieme il persistere della consapevolezza, della certezza che dovrebbe esserci ancora.” (Il mito di una donna”, Lou Andreas-Salomè,. Autobiografia, 1951 pag. 21).

Ed è proprio questo persistere della certezza di ciò che “dovrebbe esserci ancora” la tensione che spinge l’uomo a cercare di comprendere, di contenere in una cornice e di dare coerenza alla propria esperienza di soggetto, una volta perduta l’originaria unità con il cosmo. Benché rappresenti anche sempre un episodio di separazione, nel quale si manifesta l’alterità tra i termini soggetto ed oggetto (dell’io-tu), l’esperienza costituisce pure lo spazio del contatto e della relazione tra questi (il noi); un mare dunque che contemporaneamente unisce e divide; una fenditura grazie alla quale la coscienza può gettare uno sguardo sulle relazioni che Sé e Mondo intrattengono reciprocamente. Le edificazioni delle rappresentazioni di Sé e del Mondo, sarebbero dunque attività inscindibili, simultanee; quelle attività creative che consentono lo strutturarsi di ciò che possiamo chiamare il piano della realtà oggettiva; per mezzo delle quali la coerenza dell’essere che precede l’esperienza viene, una volta interrotta e “sospesa” da questa, ristabilita in forma di conoscenza. “Si direbbe che le prime esperienze creative tentino di ripristinare la perduta fusione con l’oggetto (…) è infatti sul prototipo della prima fusione interrotta (…) che nasce il desiderio di ricrearla per sempre (…) In ciascuna di queste esperienze, per dirla con Winnicott, vi è sempre simboleggiato un viaggio a due vie, come nella prima creazione: l’una rivolta a creare la realtà oggettiva dell’oggetto, l’altra a creare la realtà oggettiva del soggetto, l’Io sono (Gaddini 1975, pag. 159).

Federico Battaglini

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