"Lo psicologo" risponde

Esseri Umani

Rubrica a cura dello psicologo Federico Battaglini

Nelle prime pagine di Growing up absurd Paul Goodman scrive: «la crescita di un essere umano è quella di una ‘natura umana’ che assimila una cultura allo stesso modo in cui gli altri animali sviluppano la loro forza e le loro abitudini nell’ambiente a loro adatto, e che completa la loro natura» (Goodman, 1964,17; ed.or.1956/60). In effetti “umanità” prima di essere un attributo, un aggettivo che caratterizza il singolo individuo, è una dichiarazione di appartenenza e un termine che trabocca di valenze morali ed etiche oltre che genetiche; come a dire che se un essere è umano, lo è in una dimensione relazionale, più ancora che biologica.

In altre parole: umano non è il corrispettivo di felino o vertebrato, umani si diventa! Essere umani è dunque una potenzialità che deve essere agita, per compiersi. Questo concetto viene ben esemplificato da A. Carotenuto (Psicanalista) che afferma: Per fare un esempio di questa originaria incompiutezza, pensiamo al caso rarissimo del ritrovamento di bambini selvaggi, cioè miracolosamente scampati a sciagure e sopravvissuti nella solitudine della natura, salvati dalle cure di animali: essi sono una chiara testimonianza di come, nati uomini, occorra poi diventarlo. (“La strategia di Peter Pan” A. Carotenuto, Bompiani -pag. 7).

Così come il temine “umanità” indica sia l’insieme delle persone che una caratteristica morale del singolo, anche il termine uomo, in molte culture, fa riferimento sia all’appartenenza alla specie umana che all’essere adulti. È possibile quindi affermare che il processo di educazione e di integrazione sociale presupponga implicitamente un processo di umanizzazione: come a dire che uno stadio di disintegrazione o di non completa integrazione nella società corrisponde ad una condizione sub- o proto-umana. Non a caso, in molte culture sono considerati propriamente umani solo coloro i quali, una volta educati ed istruiti, posseggono l’insieme delle conoscenze, dei simboli, dei principi e dei valori condivisi.

In entrambe le società eschimesi Utku e Qipi per esempio, Ihuma è sia il criterio dell’umanità che della maturità. Dire che una persona ha Ihuma equivale a dire che è un Inuit pienamente socializzato, che si comporta in modo adeguato. Gli Inuit hanno Ihuma, gli animali selvaggi e i cani no. Il possesso di Ihuma definisce, tra l’altro, le categorie degli esseri viventi che si possono o meno aggredire legittimamente. In realtà vi sono categorie intermedie: i bambini, i bianchi, gli idioti… A costoro si attribuisce il possesso di un po’ di Ihuma (ma non un granché). Coerentemente, il modo in cui queste categorie vengono trattate, è altrettanto intermedio tra i modi in cui vengono trattati gli umani adulti e gli animali… (Il buon selvaggio”, Ashley Montagu,1999 – Elèuthera – pag. 63).

Osservando l’organizzazione delle diverse società, è chiaro come l’acquisizione della condizione adulta rappresenti il coronamento di un percorso evolutivo e culturale di maturazione, di integrazione e di umanizzazione, compiuto attraverso processi e passaggi stabiliti. Nel processo di umanizzazione vengono agite, vissute ed affermate simultaneamente l’identità personale e quella culturale o di appartenenza: l’uomo si “umanizza” perciò nel processo di socializzazione e, viceversa, socializza durante e grazie ad un processo di umanizzazione, mediante l’osservanza di norme conformi a ciò che si ritiene “un bene superiore”, sia esso rappresentato da un essere supremo, da valori etici e morali, o dalla comunità stessa. L’attribuzione di umanità ha rilevanti ripercussioni psico sociali. In modo non esplicito, il grado di “umanizzazione” che viene assegnato ad altri, che si tratti di un soggetto o di una categoria di persone, di un popolo o di una nazione, finisce per determinarne anche il grado di “aggredibilità”.

A farci caso, al nemico è sempre sottratto un qualche quid di umanità (tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata) e ogni sottrazione di umanità è affermata attraverso processi di ridefinizione e riqualificazione di comportamenti, atteggiamenti, tratti che lo identificano come parzialmente o incompiutamente umano. Quando le persone dicono ad altre: cretino, porco, stronzo; quando chiamano gli altri: bestie, feccia; quando fanno versi da scimmia negli stadi; quando “animalizzano” o “reificano” intere etnie o singoli individui, questi destinatari sono descritti e percepiti come meno umani, come interamente o parzialmente animali o “cose”. Consapevolmente o meno, ciascuna di queste forme di attenuazione dell’umanità dell’altro, istituisce una maggiore legittimazione della possibilità che egli venga trattato in un modo meno umano (o, in definititiva, più disumano…).

È questo tipo di legittimazione a consentire che il nemico possa o debba vivere esperienze dolorose, deprivanti, violente o umilianti senza suscitare quei sentimenti di colpa o compassione che sono invece riservati a chi è ritenuto un proprio simile. Nei casi estremi, questo processo di sottrazione degli attributi di umanità, ha consentito e sostenuto le ragioni di fenomeni di portata epocale, come schiavitù, pulizia etnica, persecuzione, sterminio. Fenomeni favoriti sempre da opportune fasi preparatorie, nelle quali l’innesco della violenza è preceduto e accompagnato da processi di disumanizzazione dell’Altro. Nella vita quotidiana, simili manifestazioni sono agite nella spicciola interazione tra i bulli di una classe e le loro vittime, oppure tra i membri di opposte fazioni: politiche, religiose, sportive… Ma la scoperta dell’umanità dell’altro è sempre incombente. Per quanti strati di denigrazione possano essergli sovrapposti, questa può riemergere improvvisamente.

La “crisi del soldato” ne è un esempio lampante: è più facile sparare ad una uniforme lontana, o colpire un bersaglio sganciando un missile dal ponte di una nave. Si colpisce un edificio. Muoiono nemici, altri… Gli altri sono numeri. Ma quando a volte l’altro compare con un volto, un’espressione, un nome. Quando l’altro è colto in un gesto da padre, da figlio, da persona. Quando ti guarda negli occhi, allora la sua umanità può balzarti addosso improvvisa. Intera. Totale. E se questo accade, allora anche l’umanità del soldato è restituita, al di là del ruolo e del compito disumano di uccidere. Allora il grilletto in quel momento non si può premere più. Né in quello, né in altri successivi.

Federico Battaglini

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