Le adolescenze degli altri

Rubrica a cura dello psicologo Federico Battaglini

L’adolescenza

Il progressivo emanciparsi dell’individuo da una dimensione infantile protetta dalla cornice parentale è sempre, al contempo, anche un cambiamento che aumenta la sua possibilità di riferirsi, integrarsi e appartenere ad un insieme più vasto e più complesso di prassi e di valori. Questa fase di transizione, in ogni società, comporta pure l’elaborazione di esperienze e di concetti di limitazione della spontaneità comportamentale infantile, costretta a negoziazioni e compromessi con gli altri individui e con le istituzioni. La fase di moderazione della spontaneità immediata cui il giovane è tenuto, pena l’emarginazione o l’esclusione dagli ambiti di appartenenza, è gestita in modo differente all’interno di ciascuna comunità. Nelle culture “tradizionali” questa transizione è condotta mediante rituali iniziatici di morte e rinascita simbolica. In queste società, il passaggio di testimone dei valori condivisi, si presenta come un evento breve, altamente formalizzato e standardizzato.  Un atto sacrificale, nel quale il soggetto rinuncia alla condizione infantile, col suo retaggio di onnipotenza e di disconoscenza dei limiti, ed assume in seno alla comunità una precisa connotazione sociale di adulto mediante una cerimonia d’investitura. Il rito fa sì che tutta l’individualità sia “compressa” e compresa nell’istante del passaggio come in uno stretto imbuto, in modo che al momento topico niente dell’individuo “resti indietro” o vada “troppo avanti”, rimanendo isolato. Ogni passaggio impedisce che la crisi-trasformazione, di per sé inevitabile, si compia solo parzialmente, lasciando “residui”; o che proceda in modo caotico, con il rischio che si inceppi in una impasse capace di imprigionare il soggetto in uno stato frammentato e sospeso. La prassi eterodiretta, standardizzata e obbligatoria del rituale evita rimuginazioni, dubbi, sensazioni di inadeguatezza, di rimpianto o di colpa.

Il percorso

Tutto il processo è retto da un volere supremo e imputabile ad un impersonale ordine naturale e dato. Spesso il percorso dell’iniziazione mima le fasi di sviluppo di animali e piante totemici. L’identificazione con il nuovo ruolo sociale, viene solitamente sancita e palesata nelle società “tradizionali” mediante particolari segni distintivi, spesso inalienabili, quali ad esempio: amputazioni, circoncisioni, infibulazioni, tatuaggi, cicatrici, rottura di denti, perforazione dei lobi, deformazione delle labbra, dei piedi o delle orecchie, taglio di capelli ecc., o mediante simbolici cambi di veste, di nome o di abitazione. Le pratiche di iniziazione, di norma, coinvolgono un intero gruppo di coetanei, che precipita in una sorta di atemporalità, equivalente a una parentesi di comunione con gli antenati. Durante questa fase vengono sospese tutte le attività di routine fino all’esaurimento delle prassi cerimoniali. Al termine, il compimento del rito viene festeggiato come il segnale di uno scampato pericolo, in seguito al quale il tempo ordinario può tornare a scorrere. Se il passaggio è avvertito sempre, dal singolo e dal gruppo, come una temibile esperienza, è perché ci si trova nell’impossibilità di affermare, in partenza, che si tratterà semplicemente di un passaggio. Si sa ciò che si sta perdendo, ma non quello che si ritroverà.

I cambiamenti

Non si sa mai a che cosa approderà la, pur temporanea, mostruosa mescolanza delle differenze tra la condizione infantile e lo status di adulto. A. Van Gennep, nel saggio “I riti di passaggio” (Bollati Boringhieri, 1981), scompone il cambiamento di condizione in due momenti nettamente distinti. Nel corso del primo, il soggetto perde lo statuto posseduto sino ad allora, nel corso del secondo, acquisisce un nuovo statuto. Il pensiero religioso distingue realmente i due momenti; li percepisce come indipendenti l’uno dall’altro, separati addirittura da un intervallo che può trasformarsi in un vero e proprio abisso, in cui rischia di sprofondare l’intera cultura. L’individuo, in questa fase intermedia-indifferenziata, rappresenta un elemento che appartiene alla sfera del Sacro, e quindi qualcosa di potenzialmente disgregante all’interno del gruppo; tanto che, in talune società, il futuro iniziato nella fase di transizione non ha più né nome, né passato, né legami di parentela, né diritti di alcun genere. È ridotto allo stato di cosa informe e innominabile. In altre parole, l’identità del giovane viene temporaneamente smembrata o dissolta nell’inconscio collettivo e da questo stato egli viene in seguito riscattato attraverso il rito della nuova nascita; il primo atto di un consolidamento sociale genuino del soggetto, nell’ambito più vasto della comunità di appartenenza. Visti così, i rituali iniziatici mostrano una straordinaria utilità ed efficacia e appaiono come strumenti capaci di condurre in modo rapido, sicuro e puntuale trasformazioni complesse e potenzialmente rischiose, tanto per l’individuo che per la collettività.

Le condizioni

Per sussistere e mantenere la loro efficacia necessitano però di alcune (molte?) condizioni preliminari: una società statica, non troppo complessa, valori condivisi, nette separazioni dei ruoli, chiare prerogative degli stessi, assoggettamento del singolo alla collettività, vincoli di identificazione e di appartenenza immodificabili e inalienabili… Non certo dei requisiti granché disponibili nella società contemporanea, che potremmo piuttosto definire: in perenne trasformazione, complessa, frammentata, multiculturale, relativista, individualista, e dove i ruoli, le identità, le appartenenze paiono perennemente rinegoziabili. Tuttavia, anche in Occidente troviamo un equivalente processo iniziatico che trasforma le persone giovani in adulti. Lo chiamiamo adolescenza. E chi sa dire quando inizi, quanto duri, a cosa approderà e come debba svolgersi, alzi la mano…

Federico Battaglini