"Lo psicologo" risponde

L’età dell’innocenza in libertà vigilata

26 aprile 1986. Per chi c’era, il primo giorno in cui tra le erbe proibite è comparsa l’insalata. Drammaticamente memorabile certo per molte altre ragioni, la catastrofe di Černobyl’, ma unica anche per un singolare, inedito effetto, scomparso dalle cronache e dalle memorie: un mondo senza bambini. Il divieto di stare all’aperto rapì i più piccoli dai consueti contesti di gioco e di incontro: cortili, piazzette, parchi, non luoghi metropolitani o aie di poderi. Svuotati e zittiti. Spazi cavi, invasi dall’assenza improvvisa e inconsueta dei soliti inquilini, sottratti alle proprie ordinarie faccende da una opportuna cautela.

26 novembre 2018. Per chi c’è, un giorno tra tanti, ma per ragioni diverse, e forse non meno singolari, a guardar bene dalle finestre, dalle auto, dalle vetrine dei negozi, bambini non ce n’è. Un’assenza meno improvvisa, come un lento e inesorabile travaso, ha sgombrato gli stessi ambienti nella generale indifferenza. Un’assenza normale. Banale. Cui nessuno dedica attenzione. Dove sono finiti? Quando? Chi lo ha deciso? Perché? A loro va bene? È meglio così? Che differenza fa che lì non ci stiano più? E se tornassero?

Andiamo per ordine: bambini ce n’è; meno, ma ce n’è. È rassicurante. Sebbene a camminare per le strade non sia possibile incontrarne sotto i 14 anni, è una bella notizia. Sono però altrove, da qualche parte. A casa, certo, tra pareti e tecnologie. Oppure in luoghi connotati da alcune caratteristiche peculiari: chiusi (o comunque circoscritti), sorvegliati, limitati e scanditi da orari definiti, caratterizzati da attività specifiche condotte da esperti e contraddistinti dalla presenza di una quantità limitata e prevedibile di variabili.

Non è rilevante come questi ambienti si chiamino: palestre, sale, classi, circoli, campi. Non è influente nemmeno chi li conduca di volta in volta: catechiste, allenatori, insegnanti, animatori, istruttori. L’importante è che oggi, di fatto, le persone stanno nei primi 14 anni della loro vita, nella perenne e totale assenza di spazi di libertà e autogestione. Nulla da eccepire sul fatto che li ricerchino precocemente nei contesti virtuali… Dire spazi non è banale. Si poteva dire momenti. Ma la libertà e l’autogestione non possono essere agite solo nel tempo; prevedono anche la occupazione, la manipolazione, la spartizione di un contesto fisico. Di un territorio.

I luoghi della libertà oggi esistono soltanto nelle memorie degli ultraquarantenni. Come mai? La domanda va senz’altro posta proprio a loro che li hanno in precedenza abitati a partire dai 5-6 anni e per tutta l’infanzia; che lì hanno giocato, litigato, fatto la pace, passato pomeriggi di chiacchiere e passatempi, di noia, scoperte, racconti e confidenze, evolvendo quelle che oggi gli esperti chiamano LIFE SKILLS. Tutto, sempre e soltanto in assenza di adulti.

La risposta che prima o poi arriva è che “I tempi cambiano e oggi non si può più”. La versione più estesa di “non si può più” è integrata normalmente dalla spiegazione: “Con tutto quello che si sente in giro, non è mica più come una volta”. Ebbene, invece di andare “in giro” a sentire, sono molte e curiose le informazioni che possiamo avere sul nostro ambiente passato e presente facendo delle piccole ricerche. Anzitutto consideriamo il contesto fisico con gli standard attuali: le strade, la segnaletica, le automobili, i dissuasori di velocità, i velox, gli alcol test, le telecamere, le piste ciclabili, le giostrine dei parchi ergonomiche con marchio approvato, le rampe per disabili, caschi ed indumenti per moto e bici, scarichi delle auto, regolamentazione della viabilità per carichi pesanti, istituzione di zone pedonali o a traffico limitato o a traffico sospeso in fasce orarie per ingresso scuola, ecc.; cose che gli ultraquarantenni (o meglio i loro genitori) all’epoca se le sognavano.

Negli anni 80, per dire, i motorini pesavano 30 kg e viaggiavano spesso a 80 all’ora senza che nessuno indossasse il casco. In bici si andava per la strada e volentieri in due. Le auto emettevano piombo, ecc. Senza cadere in luoghi comuni, e dati alla mano, le strade sono certamente più sicure di allora. Per quel che riguarda invece la pericolosità del contesto dal punto di vista sociale, le fonti ufficiali attestano che abitiamo in uno dei luoghi più sicuri del pianeta e senz’altro nell’epoca di maggiore garanzia di incolumità.

I reati contro la persona (le aggressioni, le violenze, gli stupri, gli omicidi, ecc.) sono eventi altrettanto rari o addirittura meno frequenti che 40-50 anni fa. E questo a fronte di un attuale scenario socio-economico estremamente più complesso di quello presente nella stessa epoca. Come mai allora è diffusa la percezione che i paraggi della nostra vita quotidiana siano così pericolosi ed inquietanti? Tanto da non lasciare che i bambini li frequentino in autonomia, come era loro concesso fino alla scorsa generazione? La spiegazione è facile: le buone notizie non fanno notizia e quindi, spesso, i mezzi di informazione tendono a enfatizzare il pericolo e l’allarme.

L’aumento della quantità, della tipologia e della potenza dei media fungerebbe quindi come amplificatore e moltiplicatore delle “cose che non vanno”. La seconda, meno immediata, motivazione che trattiene il papà o la mamma dall’esporre i figli precocemente, è che le persone sono sempre meno solidali una con l’altra e tendono a giudicarsi di più e con meno benevolenza di un tempo. Tanto che oggi il genitore che volesse assumersi la responsabilità di lasciare il figlio incustodito in uno spazio pubblico, al di sotto di una certa età (diciamo 12 anni?), incorrerebbe senz’altro in una stigmatizzazione negativa, se non addirittura in un intervento dei Servizi Sociali. Un dato interessante è però che la stragrande maggioranza dei reati contro la persona (a volte più dell’80%) avviene tra le pareti domestiche o, al limite, all’interno della ristretta cerchia delle amicizie o dell’ambiente di lavoro. Come a dire che il luogo più sicuro per l’incolumità dei piccoli è senz’altro fuori di casa!

Federico Battaglini 

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