Simboli all’orizzonte

Rubrica a cura dello psicologo Federico Battaglini

Cose complesse i simboli, complesse e immediate al contempo. Difficili da spiegare, facili da riconoscere. Una descrizione che ben li rappresenta, tutto sommato. Condensazioni di significati collegati, articolati, plurimi, evocati da un’immagine statica, finita, semplice. Attenzione: evocati, non contenuti! Il simbolo non “contiene” dati o informazioni, ma sta lì a suggerirne la presenza, esiste in loro rappresentanza. Il simbolo è letteralmente un segno-che-mette-insieme, un segno polisemico, che piuttosto che dichiarare un esplicito ed univoco significato, si offre ad interpretazioni, e che dunque col manifestarsi suggestiona, sta a indicare altro che non spiega. In questo senso esso non contiene significati, ma rimanda a quella conoscenza immediata che già si deve possedere per poterlo interpretare. Ma quali tipi di significati hanno “necessità” di essere evocati da simboli invece che essere semplicemente descritti nella semplice prosa del lessico comune, o scientifico, o di altro genere? In realtà un tipo ben particolare. Il simbolo solletica, stimola, strizza l’occhio a ciò di cui abbiamo intuizione solo a livello extrarazionale. Avendo una forma, il simbolo ha apparentemente i connotati di una informazione, ma si tratta in realtà di una soglia, di un varco da attraversare, che conduce e dà accesso a dimensioni di senso che la mente ha difficoltà a circoscrivere, riconoscere ed elaborare.

Questa soglia potremmo collocarla al confine della conoscenza. Il pensiero razionale è, in effetti, in grado di elaborare informazioni e anticipare gli eventi, ma solamente a partire da un insieme finito di dati discreti. L’insieme di questi dati e delle loro relazioni note è generalmente ciò che chiamiamo conoscenza. L’estensione della conoscenza però, di qualsiasi conoscenza, di chiunque, di ciascuna cultura e della somma di tutte le culture di ogni tempo, è tutt’altro che infinita. Per usare una metafora, la somma di tutto il sapere che sia mai stato conosciuto è niente più che una zattera che “galleggia” in un oceano di estensione e profondità imperscrutabili.

Nessuno è, è mai stato e mai sarà in grado di estendere la conoscenza a tutto il conoscibile, virtualmente infinito. È interessante concepire dunque la conoscenza come una dimensione finita e interrogarsi su questo limite. Dove termina la conoscenza? Con cosa confina? Cosa accade al confine, dove la conoscenza “finisce”? La conoscenza, è certo un costrutto multidimensionale. Pensando a dove termini, e riguardo ai modi nei quali siamo in grado di contattare e conoscere l’ambiente, potremmo citare senz’altro la non infinita estensione o gamma delle percezioni sensoriali, ma anche quella maggiorata e pur non illimitata degli strumenti tecnologici capaci di amplificarla. Che si tratti della vista o del binocolo o del radiotelescopio spaziale, ad un certo punto la capacità di indagine termina. E così pure nell’infinitamente piccolo. Quello della dimensione percettiva è solo il confine più semplice a rappresentarsi.

Ma anche la mente ha I suoi limiti. Un margine della conoscibilità lo riscontriamo, ad esempio, nella dimensione del tempo: si tratti di una biografia o di una cosmogonia, di big bang o entropia, nascita e morte coincidono con un tempo zero irrappresentabile alla mente razionale; Altro traguardo irraggiungibile è la rappresentazione dell’unione degli opposti. Che si tratti di Bene e Male, materia ed energia, onda o particella, la razionalità ci consente di gestire questi concetti solamente come separati. Una variante dell’unificazione degli opposti è la continuità dell’oggetto tra due stati: non possiamo mai rappresentarci il centro equidistante tra due stati senza considerare che ci sarà sempre, per principio, un momento più perfettamente “centrale”. Un momento che sta alla metà esatta tra la quiete e il moto, tra il bruco e la farfalla, tra la giovinezza e la maturità, tra l’uomo e la scimmia.

Un’altra “zona cieca” per la ragione è la rappresentazione dell’infinito. Pensiamo, ad esempio, all’area del cerchio ed a come il linguaggio debba ad un certo punto rassegnarsi all’utilizzo di un simbolo, (ovvero di una forma finita ma dal significato aperto: il Pi greco) per rappresentare un numero indefinitamente perfettibile. Altro limite invalicabile è quello tra mente e mondo inconscio. Pulsioni, emozioni, sensazioni possono essere “spiegate”, ovvero tradotte in linguaggio, rese pensabili e comunicabili solo approssimativamente in termini razionali. La razionalità, infine, deve arrestarsi ogni qual volta si trovi alle prese con termini assoluti, come quelli di carattere etico, estetico, morale: i cosiddetti principi. Naturalmente, per l’indagine razionale, ogni principio non è che, in fondo, un punto d’arresto, una fine come le altre, una soglia oltre la quale l’indagine conoscitiva deve arrestarsi.