Ha ancora senso ricercare la verità?

Verità, post verità o multi verità?

Proporre la verità, ricercare la verità, dibattere sulla verità: sembra che il concetto di verità permei le nostre giornate. Politici che dibattono su versioni diverse dello stesso fatto, fiumi di notizie – a volte contrastanti – che giungono dagli organi di informazione più storicamente accreditati e, allo stesso tempo, da siti e pagine social che nascono come funghi, argomentazioni scientifiche proposte all’opinione pubblica con o senza basi teoriche, metodologiche o empiriche a supporto: è difficile scindere ciò che è vero da ciò che non lo è.

La verità, oggi, sembrerebbe essere più un collettivo anelito che un obiettivo realisticamente raggiungibile, c’è troppa informazione contrastante. Ma questa considerazione ci porta a riflettere sul concetto stesso di verità, che, nella maggior parte dei casi al di fuori di pochi assiomi condivisi universalmente o quasi, è sempre stato una somma di fatti concreti, leggi universali e considerazioni individualmente e socialmente costruite. Un problema della società contemporanea è che questa caratteristica della verità è resa saliente, forse fondamentale, dalla molteplicità e dalla pervasività dei media.

Il valore di un fatto, il significato di un’azione, la bontà di una legge, l’onestà di una persona sono da sempre delle “verità” che hanno un senso nella società e nella cultura. Ad esempio alcune azioni considerate buone e accettabili in passato non lo sono oggi. Bisogna quindi scindere da informazioni che hanno una base fattuale e si differenziano tra loro per la connotazione che ne viene proposta da quelle informazioni evidentemente e spesso volutamente false che girano nei canali su cui moltissime persone formano le proprie opinioni.

Oppure si può fare un esercizio completamente diverso: considerare la costruzione sociale, la convinzione collettiva su un fatto – anche non reale ma creduto tale – come una verità in sé. Questo non significa che si debba ritenere che un fatto non reale sia reale perché è creduto da molte persone, ma dare dignità di fatto in sé a tale credenza collettiva significa poterla affrontare, esattamente come si affronta qualsiasi problema concreto a livello individuale e sociale. Si sente parlare spesso di post-verità, andando a suggerire che la verità non sia più condizione necessaria per orientare scelte collettive.

Si potrebbe, invece, ragionare a livello di multi verità, affrontando nel concreto tanto la percezione quanto il fatto stesso, ragionando su due piani distinti ma con cause ed effetti concreti. In questo modo andremmo ad aumentare non soltanto le possibilità di comunicazione e di informazione oggi a nostra disposizione, ma anche le possibilità di interpretazione, comprensione e azione, smettendo di subire la post-verità e acquisendo la possibilità di agire in modo positivo sul nostro mondo e il suo futuro. La risposta alla domanda del titolo, dunque, è certamente sì: oggi ha più senso che mai ricercare la verità, il punto è che per prima cosa la dobbiamo saper definire e riconoscere.

Per maggiori approfondimenti si può consultare anche l’articolo.

Alessandro De Carlo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto