Continua l’emergenza Pfas

Fra i trentenni dell’area rossa contaminata dai Pfas, 4 su 10 hanno il colesterolo totale fuori norma. Questo allarmante indicatore, sommato ad altri, fa sì che 5.212 giovani del Vicentino, del Veronese e del Padovano debbano ora intraprendere un percorso sanitario di secondo livello, attraverso gli ambulatori specialistici di Endocrinologia e Cardiologia. A dirlo sono i risultati del Piano di sorveglianza sanitaria attivato dalla Regione, che finora ha interessato 9.757 delle 84.852 persone che alla fine verranno coinvolte dalla complessa operazione di valutazione dello stato di salute nei 21 Comuni maggiormente esposti, per cui è verosimile che i numeri siano destinati a crescere.

Rivolte ai nati fra il 1951 e il 2002, le analisi hanno riguardato intanto le classi dal 1978 in poi. Secondo il rapporto divulgato da Palazzo Balbi, sono quattro i composti della famiglia Pfas con valori superiori alla soglia di rilevabilità che sono stati identificati in almeno metà dei residenti. Ma mentre i Pfos e i Pfhxs hanno presentato nel siero sanguigno una concentrazione di 4 nanogrammi per millimetro, e i Pfna hanno evidenziato un tasso di molto inferiore, i Pfoa hanno mostrato un dato mediano di 51,2, con picchi addirittura di 1.400 tra i ragazzi più grandi. Ancora più rilevante è la distinzione per genere: 68 per gli uomini contro 38 per le donne, agevolate dal fatto di eliminare più velocemente le sostanze attraverso il ciclo mestruale. Significativa è poi la differenziazione per residenza: i dati più elevati sono stati riscontrati nei Comuni della sottozona A (come Lonigo e Montagnana), dove gli acquedotti inquinati erano localizzati sopra il plume di contaminazione della falda sotterranea, rispetto a quelli della sottozona B (come Legnago), dove invece prima dei filtri le condotte erano comunque situate all’esterno. «Questo riscontro suggerisce che, a parità di contaminazione dell’acqua potabile distribuita dall’acquedotto, anche la contaminazione dell’ambiente abbia avuto un ruolo nel determinare il carico corporeo di Pfas», sottolineano gli esperti della Regione.

Il protocollo di sorveglianza ha compreso anche un’intervista, mirata ad individuare le abitudini di vita non salutari e fornire informazioni e consigli su come proteggere la propria salute, la misurazione della pressione e alcuni esami del sangue e delle urine per valutare lo stato di salute di fegato, reni e tiroide e l’eventuale presenza di alterazioni del metabolismo dei grassi e degli zuccheri. Sulla base di questo primo screening, dunque, ora scatterà la seconda fase di approfondimenti. Al 53% delle persone finora monitorate è stata data indicazione di iniziare il percorso di presa in carico e al 13%, in particolare, è stato consigliato di prenotare una visita sia endocrinologica che cardiologica. Sotto la lente è finito soprattutto il colesterolo, per 2.061 giovani superiore a quota 190, mentre gli altri parametri hanno mostrato una quota fuori norma del 4-5%. Secondo il senatore Antonio De Poli (Udc) questi esiti «impongono di non abbassare l’attenzione e di far sì che vengano individuate delle soglie uniformi a livello europeo».

L’altro indicatore significativo è che nel 21% dei veneti analizzati il colesterolo è fuori norma, anomalia sempre più accentuata col crescere dell’età. Gli altri parametri sono fuori norma del 4%-5%. «Per evitare che in questi soggetti insorgano malattie per le quali la presenza di Pfas nel sangue rappresenta un fattore di rischio, abbiamo predisposto approfondimenti negli ambulatori di secondo livello specializzati in Endocrinologia e Cardiologia — spiega la dottoressa Francesca Russo, a capo del Dipartimento regionale di Prevenzione —. Inizierà questo percorso il 53% del campione, cioè 5212 persone: al 13% è stata consigliata la visita in entrambi gli ambulatori».

Se nei 21 Comuni della zona rossa il Registro tumori non ha infatti rilevato un’incidenza di neoplasie superiore al resto del Veneto, il Servizio epidemiologico regionale ha riscontrato una crescita di casi di ipercolesterolemia, diabete mellito, ipotiroidismo e malattie cardiovascolari. Riflettori puntati soprattutto sui residenti dell’area rossa A (Alonte, Asigliano, Brendola, Cologna Veneta, Lonigo, Montagnana, Noventa Vicentina, Pojana Maggiore, Pressana, Roveredo di Guà, Sarego, Zimella), nei quali si evidenzia una concentrazione di Pfoa e Pfhxs quasi doppia rispetto a quella emersa negli abitanti dell’area rossa B (Albaredo, Arcole, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi Sant’Anna, Legnago, Minerbe, Terrazzo, Veronella). «Ciò suggerisce che, a parità di contaminazione dell’acqua potabile distribuita dall’acquedotto, anche la contaminazione dell’ambiente abbia avuto un ruolo nel determinare il carico corporeo di Pfas — recita il dossier regionale —. Sono dunque oggetto di rivalutazione l’area contaminata e l’analisi dei dati relativi a dipendenti ed ex lavoratori dell’azienda produttrice di queste sostanze (sotto accusa la Miteni di Trissino)». La Regione, con l’Istituto superiore di Sanità, sta eseguendo un biomonitoraggio dei residenti nelle zone rurali, che 20-30 anni fa possono essere stati contaminati, oltre che dall’acqua dei pozzi privati, da aria e alimenti e sta ricostruendo la rete dei vecchi acquedotti, Comune per Comune. Arrivando anche a definire l’uscita del singolo tubo, per poi invitare allo screening gli abitanti di quella via o area.

Concluso questo lavoro, sarà rivalutata l’area arancione, a ridosso della rossa, e partirà pure lì lo screening della popolazione.

A.V.